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January 10 2011

08:47

La Digital P.A.

Riceviamo un contributo di Marco Massarotto che sta elaborando la sua ultima opera editoriale, nella quale ha riservato un capitolo sulla PA.

La Pubblica Amministrazione è l‘insieme di figure che svolgono in qualche modo la funzione amministrativa nell’interesse della collettività e quindi nell’interesse pubblico.
La P.A. ha sempre comunicato a due vie, e, in qualche modo, è sempre stata interattiva. Purtroppo, si è anche dimostrata molto “analogica”: moduli, macchine da scrivere, fax, archivi, casellari, copie carbone, timbri. L’immaginario e l’immagine della Pubblica Amministrazione italiana è fantozziano, burocratico, cartaceo.

Gestire i flussi di comunicazione tra qualche decina di migliaia di dipendenti e 60 milioni di cittadini con una dotazione di strumenti anacronistici e analogici, è un compito improbo.
L’opportunità della digitalizzazione oggi rappresenta anche il problema della nostra P.A., schiacciata dalla sua stessa inerzia analogica. Eppure l’enorme sforzo di convertirla alle tecnologie e a uno stile di gestione digitale la Pubblica Amministrazione italiana avrebbe conseguenze positive altrettanto enormi.
Proviamo a capire come i flussi della P.A. possono beneficiare dell’interfaccia digitale e ad analizzare poi le opportunità per alcuni settori specifici.
La pubblica amministrazione ha nei confronti dei cittadini i seguenti flussi:

  • è fonte di informazione, notizie, novità, aggiornamenti
  • è destinataria di denaro, dichiarazioni, denunce
  • è emittente di ricevute, attestati, certificazioni
  • è gestore di processi decisionali collettivi, elezioni, consultazioni
  • è archiviatrice di documenti, atti, informazioni

Questi processi non hanno modo di essere implementati, possono essere fatti analogicamente o digitalmente. Se la leggiamo oggi, a freddo, la scelta digitale per: informare, pagare, certificare, consultare e archiviare appare scontata, ma siccome la P.A. non nasce oggi, tutte queste scelte sono state fatte e implementate nei decenni in chiave analogica.
Le sfide che si presentano oggi alla P.A. per meglio digitalizzarsi sono:

  • strutturare flussi informativi digitali e mobile
  • implementare sistemi di riscossione (pagamento) web based
  • digitalizzare i propri archivi (!)
  • sperimentare forme di certificazione/consultazione collettiva

Si tratta di compiti gravosi, ma fondamentali (i primi tre) e uno assolutamente “aperto” (il quarto), in quanto i processi decisionali su piattaforma digitale presentano, a differenza dei primi tre punti, problematiche ancora non risolte. Per raggiungere l’obiettivo di una P.A. digitale, però, è necessaria la “complicità” dei cittadini che ne devono vedere l’utilità, i vantaggi e l’applicazione pratica in modo semplice. Strumentali a atal fine sono dunque questi ulteriori obiettivi:

  • Avviare una politica di Open data
  • Evangelizzazione digitale del paese
  • Redesign di leggi e regolamenti riguardanti la P.A.

Se queste sono linee guida strategiche genericamente valide per enti pubblici e amministrativi, è chiaro che ogni tipologia avrà problematiche e opportunità specifiche da affrontare nella loro sede.

November 24 2010

10:47

We need standards, international standards

di Lorenzo Benussi, Federico Morando e Michele Barbera

“We need standards, international standards – Abbiamo bisogno di standard, standard internazionali. Così Tim Berners-Lee ha chiuso il suo intervento oggi all’Open Government Data Camp di Londra (http://opengovernmentdata.org/camp2010/). Standard per aprire i dati, standard per classificarli, standard per creare piattaforme che possano comunicare tra loro e che ci permettano di mettere in relazione le informazioni. Un messaggio chiaro lanciato del padre del WEB e, come qualcuno ha detto al Camp, padre un po’ di tutto il “popolo della Rete”.
Prima di lui il primo ministro Cameron, con un video messaggio, ha espresso chiaramente la sua determinazione nel realizzare il diritto ai dati. Complementare al diritto all’informazione, esso riguarda la libertà di vedere e soprattutto usare i dati pubblici per capire e gestire sempre meglio l’organizzazione pubblica; per dare la possibilità a chiunque di controllare e soprattutto di collaborare a trovare le soluzioni. In pratica, ha spiegato poi il Ministro Francis Maude – Minister for the Cabinet Office – nel suo discorso, il governo pubblicherà su Internet tutte le spese superiori ai 25K£ lanciando apertamente una sfida al mondo della rete perché trovi i problemi e proponga le soluzioni.

UK, Norvegia, Finlandia, Svezia, Francia, Germania, Italia, Messico, Cile, Lituania, Cina, Brasile, US sono solo alcuni dei paesi che erano rappresentati al OGDC. Paesi dove stanno nascendo progetti Open Data sia dai governi sia dalla società civile, dall’alto e dal basso. Un’onda che sta montando velocemente.

Tim Berners-Lee ha suggerito di fare un ulteriore passo avanti trasformando gli Open Data in Linked Open Data. Collegare tra loro i dati prodotti da diversi attori e descriverne la semantica utilizzando opportuni vocabolari, permetterebbe di confrontare e incrociare facilmente dati provenienti da diverse fonti, ad esempio le spese in ricerca in UK e in Cina o il costo del sistema sanitario nazionale in Italia e in Francia.
Berners-Lee ha tenuto a sottolineare come questo ulteriore passo possa essere compiuto contemporaneamente sia sul piano locale, sia su quello nazionale e internazionale, dall’alto e dal basso, nel settore pubblico e in quello privato. Creare una rete di Linked Open Data significa accrescere il valore dei dati calandoli in un contesto più ampio, significa poter realizzare applicazioni che utilizzino dati governativi incrociandoli con dati provenienti da ogni segmento della società civile, della comunità scientifica e del settore privato, dalla scuola, dalla cultura, dallo sport.

Una buona parte del dibattito tenutosi durante la due giorni londinese ha evidenziato come l’impatto degli Open Data non sia limitato a facilitare la trasparenza delle amministrazioni, ma sia in grado di creare un vero e proprio ecosistema capace di produrre valore. Ed è proprio su questo punto che, indipendentemente dall’orientamento politico, i governi di molti paesi hanno deciso di abbracciare la visione di “Open Data che, alla pari della rete elettrica e stradale, siano concepiti come un’infrastruttura pubblica, aperta e condivisa”.

Molto lavoro è stato già fatto e la comunità è aperta e pronta a ulteriori collaborazioni. Esistono definizioni e manuali sull’open data, classificazioni sulla qualità tecnica dei dati e linee guida per creare piattaforma di raccolta e distribuzione. Non è necessario pensare a qualcosa di totalmente nuovo, reinventare la ruota, basta partecipare a quanto sta avvenendo a livello internazionale, adottare gli standard e adattare i modelli alle peculiarità nazionali. Questo non significa appiattirsi sulle soluzioni altrui, ma seguire un approccio modulare ed aperto, sia al riuso delle soluzioni altrui che alla condivisione delle proprie. Col vantaggio che così facendo non si resta soli, ma si può contare su un supporto globale, costruendo sull’esperienza degli altri.

Questo vale anche in Italia dove, forse più che in altre paesi, è necessario essere lucidi, determinati e concreti. In questi ultimi mesi – e molto probabilmente con più forza l’anno prossimo – il modello open data è diventato finalmente un argomento importante. Gruppi e associazioni, PA e società civile hanno cominciato a lavorare per “liberare” i dati ma è necessario seguire la comunità internazionale che è molto avanzata non fosse altro per l’impegno che altri governi stanno spendendo su questo tema. Non facciamo l’errore di reinventare la ruota con il rischio che sia adatta solo alle nostre strade.”

Lorenzo Benussi, Consorzio TOP-IX (www.top-ix.org)
Federico Morando, NEXA Center for Internet & Society (http://nexa.polito.it/staff#morando)
Michele Barbera, Net7 (www.netseven.it)

November 05 2010

14:40

Usare il Web nella gestione delle emergenze

Pordenone, la città dove vivo, è andata sott’acqua nei giorni scorsi. Molto meno di Vicenza, un po’ di più di Milano. Fatto sta che tra il pomeriggio di lunedì 1° novembre e la sera di martedì 2 novembre abbiamo passato qualche ora movimentata da queste parti. Non entro nella cronaca locale, che è poi quella classica dell’esondazione di un fiume cittadino. Salto direttamente alle conclusioni: nei momenti critici dell’emergenza – iniziata naturalmente durante un ponte festivo, con gli uffici deputati alla comunicazione chiusi – nessuna istituzione del terrorio ha saputo utilizzare con tempestività e profitto il canale internet. I primi flussi organizzati sono partiti nella tarda mattinata del 2 novembre, in un lento crescendo di consapevolezza riguardo alle potenzialità del canale. Sono stati tutti eccezionali nel rimboccarsi le maniche e darsi da fare per limitare i danni, questo sì, ma quanto a comunicazione diretta e disintermediata poteva andare molto meglio.

A Padova il sindaco <a href=”http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-11-02/sindaco-padova-manda- aggiornamenti-140934.shtml?uuid=AY1emUgC”>faceva il livestreaming</a> sul suo profilo in Facebook? Da noi, nelle stesse ore, si passava per i quartieri con il megafono e si aspettava il telegiornale della sera della influente tv locale per fare un punto di fronte ai cittadini. Del resto comunicare sarebbe compito dei giornalisti, i quali però – con l’eccezione di cui sopra – non avevano tempo per informare subito, dovendosi concentrare sugli articoli che sarebbero usciti il giorno dopo. Poi dici che l’informazione è in crisi: l’informazione, semplicemente, il più delle volte non è lì dove serve, quando serve. A dirla tutta – e questo dal mio punto di vista è ben più allarmante del comprensibile fiato corto delle amministrazioni locali – nemmeno i cittadini hanno brillato per iniziativa: il quadro che emergeva da Facebook, da Twitter e dagli altri social network in quelle ore era sommario, emotivo, di terza mano. Pochissimi fornivano il loro contenuto micro (dove mi trovo, che cosa vedo dalla finestra), quasi tutti commentavano lo scenario macro (signora mia, ha visto che roba?!).

L’unico guizzo pienamente contemporaneo in questa tabula ancora rasa della cittadinanza digitale è stata la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia, gliene sia dato merito. Piccole cose, eh: come condividere in modo trasparente, sollecito e non mediato <a href=”http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/default.aspx/AlertPage.aspx“>i rapporti sugli stati di allerta</a> o riportare le situazioni di crisi e di rischio <a href=”http://http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/default.aspx/AlertMap.aspx“>sulla mappa</a>. Tutto materiale comunque pubblico e disponibile, che non c’era più alcun motivo perché non fosse anche liberamente accessibile. Ciliegina sulla torta, la centrale di prevenzione regionale ha pubblicato in tempo quasi reale le rilevazioni orarie dell’altezza del fiume cittadino in corrispondenza del ponte più conosciuto della città, <a href=”http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/Default.aspx/Cae/CaeSensLastData.aspx? NumSens=12545″>disegnando l’onda di piena su un grafico</a> e mettendo il tutto a disposizione di chiunque fosse interessato. Così tu, cittadino, potevi prendere il dato aggiornato, fare due conti sulla tendenza, confrontare le misure <a href=”http://www.gommonautipordenonesi.it/alluvione2002“>con alcuni primati storici</a> e andare a letto più o meno rasserenato a seconda dei casi. Non basta, aiuta. Stimola a metterci del proprio. A farsi non più solo destinatari, ma anche interpreti. Una via differente, più moderna e partecipata, per formare cittadini consapevoli ed esposti alla complessità del territorio in cui vivono. Oggi magari nelle emergenze, domani anche nella vita di tutti i giorni.

November 04 2010

10:00

Piccoli cittadini cliccano

di Mariangela Vaglio (Galatea)

Come diceva Tayllerand quando faceva il baciamano alle signore, da qualche parte bisogna cominciare. Io, forse perché sono insegnante, comincerei dalla scuola. In particolare, dall’ora di Educazione alla Cittadinanza, che il Ministero sventola nei programmi scolastici da qualche anno, senza però che ne siano del tutto chiari i contenuti.

Potrebbe essere invece una occasione fantastica, per iniziare ad usare assieme computer e far ragionare i ragazzi su cosa significhi essere “cittadini digitali”. Come si possa cioè con un semplice clic avere informazioni e controllare i processi della Pubblica Amministrazione che ci riguardano e coinvolgono.

Il Comune ha un sito? Bene, cominciamo da là. Dai ragazzini che devono cliccare e scoprire chi è il loro Sindaco, come si chiama, con quanti voti è stato eletto, a che partito o coalizione appartiene, quanti sono e come si chiamano gli Assessori.

Più della metà, si scopre ogni anno, non ne ha la minima idea. Il che non deve stupire, perché non ne hanno la minima idea neppure i loro genitori.

Allora si va sul sito del Comune e si comincia a capire: chi è il Sindaco, il vicesindaco. Clic dopo clic si guarda quanti sono gli assessorati, perché si chiamano così, cosa fanno. Quando ricevono gli Assessori, e quando è il caso di chiedere un appuntamento se si ha un problema.

Se poi c’è nel sito un settore per le delibere, li si fa andare dentro. Si spiega cos’è una delibera, come viene scritta, da chi è approvata. Si chiarisce la differenza fra Delibere di Giunta e Delibere di Consiglio, e da quanti Consiglieri è formato il Consiglio Comunale, quando si riunisce, che cosa vota.

Si insegna, clic dopo clic, che attraverso il sito del Comune, in alcuni casi, si può tentare di seguire l’iter di una pratica, capire chi ne è il responsabile, contattarlo per avere informazioni sul perché è ferma o pare che se ne siano perse le tracce.

Risalendo di clic in clic, si va su, fino al sito della Provincia, e poi della Regione. Si spiegano le competenze diverse delle due, la composizione del Parlamento regionale, il nome del Governatore, quanti sono i collegi elettorali e come sono stati formati.

Poi via, verso i siti di Camera e Senato.

Anche qua: qual è il nostro collegio? Chi sono i Parlamentari eletti? Di che partito sono? Si va a guardare le loro biografie, si segue che proposte di leggi hanno presentato.

Clic dopo clic, i ragazzini imparano che possono monitorare chi li governa e come. Magari non del tutto. Magari ancora in maniera abborracciata. Ma intanto, sanno qualcosa che i loro genitori raramente conoscono: i nomi degli eletti, i partiti di appartenenza.

Clic, clic clic, imparano che la Costituzione, ‘sta roba che sentono sempre nominare, è scaricabile dal sito del Senato. Gli si può dire che c’è persino la app gratuita sull’iPhone. Non costa niente, e se vuoi sapere quali sono i tuoi diritti fondamentali, la puoi avere persino dentro il telefonino.

Poi, volendo, si va dentro i siti di Regione e Provincia, si fanno vedere le carte geografiche dei piani di tutela del territorio, le mappature. Si spiega cosa tutela cosa, e come si può intervenire. Si spiega con quelle cos’è un Piano Regolatore, cosa un Piano Territoriale Provinciale o Regionale. Si possono far vedere le aree destinate allo sviluppo urbano, agli insediamenti commerciali. Commentare e ragionare di quanto siano necessarie per pianificare lo sviluppo economico del territorio e quello degli insediamenti, i percorsi dei mezzi pubblici, la presenza delle arterie di traffico.

I ragazzini – ma spesso anche i genitori – non hanno idea di come venga programmata una nuova strada, o un nuovo servizio di pullman, una linea del bus o una stazione del treno. Invece i dati sono là, nei siti delle amministrazioni. Bisogna insegnare loro a leggerli.

Un cittadino più consapevole è anche quello che, quando gli asfaltano un sentiero prima sterrato davanti a casa, sa perché. Sa chi ha approvato il progetto, e anche chi deve contattare per protestare se la cosa non gli va.

Spesso si rinuncia ad esercitare i proprio diritti perché l’idea è che sono procedimenti lunghi, che possono essere seguiti perdendo oceani di tempo in giro per uffici, solo per capire con chi è che si deve parlare davvero. Il cittadino informato deve sapere che oggi, invece, pur se le cose sono ancora macchinosissime in molti casi, si possono risparmiare passaggi e attese sapendo usare bene la rete, le informazioni già presenti ed un mouse.

Clic, clic, clic. Il cittadino del futuro si costruisce sui banchi.

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