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September 15 2011

08:42

You may say I’m a dreamer, but I’m not the only one

Prima ha fatto un giro di telefonate, iniziando da quei leader che, in modo diverso, rappresentano l’opposizione a cui vuole rivolgersi: Vendola, Di Pietro, Pannella, Bonelli, perfino Ferrero e Grillo. Poi ha chiamato i tre sindaci di sinistra eletti in primavera: Pisapia, De Magistris e Zedda, per sentire i loro consigli. Quindi si è consultato con molti esponenti dei movimenti e della società civile, dell’economia (inclusi i rappresentanti dei precari) e della cultura.

E’ stata insomma una lunga ma fruttuosa settimana di ascolto, per il segretario del Pd Pierluigi Bersani, dalla quale sono stati esclusi, a sorpresa, i notabili del suo partito, come Veltroni e D’Alema.


Al termine del confronto, il segretario del Pd ha indetto una conferenza stampa in diretta streaming sul sito del Partito e aperta alle domande che arrivavano via Web dagli utenti.

Il leader democratico ha iniziato dicendo che non solo la situazione economica, ma soprattutto l’abisso di reputazione e di credibilità mondiale dell’attuale governo – che si regge peraltro su un manipolo di parlamentari comprati – non permettono più all’opposizione né di stare a guardare, né di aspettare, né tanto meno di trattare alchimie di alcun tipo, sciocchezze inutili tipo governi tecnici o larghe intese. «A Palazzo Chigi c’è un tizio che non solo è un delinquente conclamato, di cui tutto il mondo ride o ha pena, che scappa dai giudici e intanto inquina le prove dei reati commessi, ma è soprattutto deciso a far affondare l’Italia con lui. Non possiamo più stare in Parlamento a schiacciare bottoni e basta, adesso dobbiamo agire», ha continuato Bersani.

Di qui le decisioni immediate del leader Pd: «Da oggi abbiamo deciso di aprire ufficialmente la corsa delle primarie per scegliere il candidato premier dell’opposizione. Saranno primarie di coalizione aperte a tutto il centrosinistra: Pd, Sel, Idv, Verdi, Radicali, Federazione della sinistra, Socialisti e, se lo desidera, Movimento Cinque stelle. Sono inoltre invitati a candidarsi, dando il loro contributo di idee e proposte, anche esponenti della cultura, del lavoro e della società».

Ha quindi precisato il leader Pd: «Ovviamente non mi sono rivolto a Casini e Fini perché, con tutto il rispetto, loro non c’entrano niente con il centrosinistra. Per tutti gli altri le porte sono aperte, chi ci sta ci sta»

«Ogni candidato dovrà scrivere il suo programma e pubblicarlo on line», ha aggiunto Bersani. «E ogni candidato dovrà anche dire in modo molto chiaro i suoi sì e i suoi no su alcune delle questioni chiave: tasse (inclusa la patrimoniale, la Tobin Tax etc), missioni militari all’estero, conflitto di interesse, nuova legge elettorale, riduzione delle spese militari, diritti civili (incluso il matrimonio gay) e rapporti con il Vaticano, ma anche contratti di solidarietà, salario minimo d’ingresso, quote rosa nelle aziende e in politica, eleggibilità a cariche pubbliche per i condannati, abolizione delle province, doppi incarichi, stipendi dei parlamentari e ogni altra questione che verrà loro posta dagli elettori».

«Ogni candidato premier», ha aggiunto il leader del Pd «dovrà inoltre indicare i nomi dei ministri fondamentali del suo futuro governo (Economia, Esteri, Interni, Giustizia, Difesa, Istruzione, Innovazione e Welfare) oltre ai nomi dei vicepresidenti del consiglio».

Le primarie così concepite, ha spiegato Bersani, «si svolgeranno entro la fine dell’anno e saranno aperte a tutti gli elettori del centrosinistra. Si svolgeranno in due turni: il primo aperto a tutti i candidati, quindi un ballotaggio tra i primi due arrivati al primo turno. I candidati perdenti si impegneranno formalmente, davanti a tutti gli elettori del centrosinistra, ad appoggiare il programma e la squadra del vincitore. Il candidato premier che ha vinto le primarie e la sua squadra si impegnano quindi a confrontarsi immediatamente con i cittadini sia con un tour per il Paese sia via Internet, fino al giorno del voto».

(Sì, certo, poi mi sono svegliato).

September 02 2011

10:34

Il famoso prestigio dell’Italia

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Vale a dire: «Berlusconi ha pagato 500 mila euro per far tacere un pappone spacciatore di cocaina»

E’ l’apertura della sezione Esteri del ‘Times’ di oggi.

(grazie a Ivan)

April 14 2011

07:44

Le Linee Guida per l’Open Data

Open Data, tutti ne parlano, ma come si fa?

A questa domanda abbiamo provato a dare una prima risposta con la stesura di un manualetto: http://tinyurl.com/pendataitalia

L’auspicio è che questo umile lavoro a cui hanno contribuito alcuni dei nostri associati, possa essere un un riferimento per gli amministratori pubblici, i manager e tutti quei decisori che, convinti sulla bontà della filosofia che sorregge la disciplina dell’Open Data Government, non hanno ancora trovato la scatola degli attrezzi per passare dalla teoria alle azioni concrete.

Come tutte le scatole degli attrezzi, anche questa potrà essere riempita di nuovi strumenti e, grazie all’apporto di nuovi contributi, diventare un riferimento per dare finalmente anche all’Italia una strategia per il “governo digitale”.

Cosa vuol dire Open Data? Perché l’Open Data rappresenta una strada verso l’Open Government, e perché l’Open Government è  uno strumento di sviluppo? Quali sono i principali problemi da affrontare quando si vuole “fare” Open Data”? Quali le tematiche giuridiche da tenere in considerazione? Quali gli aspetti tecnici e gli impatti organizzativi? A queste domande (ed a qualcuna in più) abbiamo voluto fornire una prima risposta, per consentire a tutti di iniziare a comprendere i motivi della centralità di questo tema per lo sviluppo del Paese.

Queste linee guida fanno seguito al Manifesto per l’Open Government, che la nostra associazione ha pubblicato a novembre dello scorso anno. Le prossime iniziative che contiamo di portare avanti grazie all’aiuto di un sempre più nutrito gruppi di esperti saranno annunciate nei prossimi giorni, nel corso di alcuni eventi ai quali stiamo lavorando.

Nel contempo, chiunque voglia contribuire a migliorare questa versione può commentare il post. Garantiamo, come sempre, la massima attenzione a tutte le osservazioni, critiche e proposte di miglioria che verranno inserite nella prossima versione.

Ringraziamo la rivista eGov che ha stampato le prime copie del presente manuale per consegnarle a tutti coloro che assisteranno alla premiazione di oggi a Palazzo Marino.

Come Si Fa Open Data – Versione 1.0

 

February 15 2011

10:03

Barcamp OPEN PA

L’11 marzo 2011 a Bologna, la Regione Emilia-Romagna organizza per il secondo anno consecutivo un doppio evento: convegno+barcamp. Il tema di questo anno “OpenPA 2011: Pubblica Amministrazione aperta e-inclusiva”.

Al mattino si svolgerà il convegno in cui verranno illustrati i dati, le azioni e le nuove prospettive in Europa, Italia e in Emilia-Romagna su inclusione, opensource, opendata. Al pomeriggio l’evento prevede 3 barcamp paralleli i cui temi sono:
1. Open data, open standard e open source per una PA aperta e inclusiva
2. La società dell’informazione e della conoscenza: se inclusione fa rima con formazione
3. Banda larga, multimedia, mobile e social network: la tecnologia abilita o esclude?

Per proporre un intervento e avere tutte le informazioni sull’evento: http://barcamp.org/w/page/35368302/openpa2011er

November 30 2010

19:47

La nostra giornata all’IDF

L’intervento di saluto del Preside Mario Morcellini

L’intervento introduttivo di Ernesto Belisario

L’intervento di Gianni Dominici

L’intervento di Salvatore Marras

L’intervento di Flavia Marzano

L’intervento di Stefano Epifani

L’intervento di Andrea Casadei

L’intervento di Carmelo Giurdanella

L’intervento di Enrico Scacco

October 19 2010

16:35

Bettino e Silvio, i nostri soldi, Antigua

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Lorenzo Campani aggiunge qualche impressionante e documentato tassello alla vicenda dei rapporti tra il governo italiano e quello di Antigua, da Bettino al Cavaliere, chiudendo il cerchio aperto da Report.

In sintesi, «nel 1984 il governo presieduto da Craxi decide di finanziare con soldi pubblici la costruzione di resort e strutture di lusso nei Caraibi. (…) Vent’anni dopo, il governo presieduto da Berlusconi cancella il 90 per cento del prestito e degli interessi maturati (pari a circa 160 milioni di euro) accontentandosi di un “pagherò” di 14 milioni di euro».

In pratica i contribuenti italiani avrebbero finanziato con un prestito  la costruzione di lussuosi resort ad Antigua e questo prestito sarebbe stato poi quasi azzerato da Berlusconi, il quale subito dopo ha iniziato a fare business edili sull’isola.

E non c’era alcun motivo politico reale per ridurre del 90 per cento quel prestito (mica parliamo di Haiti o del Burundi) a parte gli interessi privati del nostro premier.

Ragazzi, qui si parla di 146 milioni di euro dei cittadini italiani regalati ad Antigua per tenersi buoni i vertici politici locali in vista di affari del tutto personali.

Alla faccia del bilocale di quell’altro a Montecarlo.

(Nella foto, Berlusconi e il premier di Antigua, Baldwin Spencer, nel 2005, da Caribbean Net news)

May 23 2010

19:28

Chi in Islanda, chi in Birmania

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Se la legge bavaglio sarà approvata, sarà probabilmente la più grossa sfida alla modernità realizzata in Occidente negli ultimi sessant’anni: una sfida alla società liquida e plurale, quella dove tutte le informazioni e tutte le opinioni circolano liberamente, indifferenti a muri e censure.

Per questo – per il contesto globale che va da un’altra parte rispetto alla direzione impressa da Berlusconi a questo paese – se la legge bavaglio sarà approvata probabilmente non smetteranno di uscire, in qualche modo, tutte le informazioni e tutte le opinioni: semplicemente, resteranno circoscritte a pochi frequentatori dei vari “wikileaks” che ovviamente nasceranno, dei siti con i server in Islanda, degli acquirenti di giornali esteri o degli spettatori di tivù straniere.

Gli altri, cioè quelli che abitano la pancia del paese, non ne sapranno niente: al massimo – come si diceva – arriverà alle loro orecchie qualche insinuazione, qualche vago sospetto.

E’ un po’ quello che succede da anni nei paesi come la Birmania, dove i pochi fortunati che hanno una parabola raccontano di nascosto, nei tea bar di strada, quello che hanno sentito sul loro paese da Bbc Asia: e così alla massa della popolazione arrivano racconti di seconda o terza mano, spesso assai confusi e sbilenchi.

Altro che digital divide: l’Italia rischia di andare verso un nuovo, inedito e gigantesco information divide, tra quelli i pochi avranno informazioni precise e i molti che le avranno – se le avranno – decisamente più nebbiose.

Naturalmente, possiamo continuare a non chiamarlo regime, perché pare faccia molto chic.

May 11 2010

07:12

Buonanotte Pd

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Zitti zitti, stanno abolendo le primarie nel Partito democratico.

Qui il testo delle modifiche allo Statuto (da pagina 21 in poi del pdf), qui il racconto di come stanno facendo la manovrina, qui il commento di Civati.

Se Bersani e soci volevano convincerci a non andare mai più alle urne, beh: potevano dircelo direttamente.

May 06 2010

09:09

Balle, balle, balle

Silvio Berlusconi aveva detto che avrebbe venduto il Giornale, oggi il fratellino Paolo dice che non è vero, al massimo fa entrare dei nuovi soci ma il pacchetto di maggioranza resta alla famiglia.

Silvio Berlusconi aveva detto che le intercettazioni sono una barbarie, e sta facendo passare una legge per proibirle, però ha promesso gratitudine eterna al tizio che gli ha portato l’intercettazione di Fassino, poi pubblicata sul Giornale.

Sillvio Berlusconi dice che le correnti sono una metastasi di un partito, però manda la Russa a raccattare gli ex An che non seguono Fini in una corrente antifiniana.

Silvio Berlusconi dice che non ci pensa nemmeno alle elezioni anticipate, però lo stesso giorno fa partire la campagna dei Promotori della Libertà, con un video alla settimana sul Web.

Silvio Berlusconi dice che le inchieste della magistratura sono una congiura contro di lui, però il suo miglior amico e alleato Bossi dice che non è vero e che i giudici fanno il loro dovere.

Buona giornata.

May 01 2010

10:10

Il grande vuoto su cui punta Scajola

Dopo cinque giorni, e dopo l’invito di Berlusconi a difendersi «con il coltello tra i denti», è arrivata l’autodifesa di Claudio Scajola, con questa lunga intervista al Giornale.

L’ho letta due volte, e ne vale la pena. Perché la tesi del ministro è fantastica. In sostanza dice: Io credevo che la casa costasse 610 mila euro. Mai saputo che costasse di più. Se qualcuno ha versato alle venditrici altri 900 mila euro, lo ha fatto senza dirmelo.

In altre parole, lui nel 2004 avrebbe acquistato un appartamento di quasi 200 metri quadri davanti al Colosseo convinto che costasse 610 mila euro: né le proprietarie dell’immobile, né il notaio, né altri gli avrebbero detto il vero prezzo della casa, un milione e mezzo di euro.

Intendiamoci, questa tesi difensiva era l’unica possibile, dopo quello che è emerso nei giorni scorsi, incluse le tracce degli assegni stessi e le testimonianze delle due venditrici. Facendola sua, Scajola tenta di rovesciare il tavolo: ora qualcuno deve dimostrare che io sapevo, è la vostra parola contro la mia.

Tuttavia la spiegazione del ministro è talmente illogica e inverosimile da far sorridere: lui così ignaro del mercato immobiliare a Roma (un ministro economico!) da pensare di poter davvero comprare 200 metri quadri al Colosseo per il prezzo di un trilocale al Fleming; la parte venditrice e il notaio che gli tengono accuratamente nascosta la verità; l’imprenditore Anemone che ci mette 900 mila euro in più senza nemmeno farlo sapere al suo beneficiato (e allora perché glieli avrebbe regalati, se non per acquistare la sua gratitudine o per pagare vecchi debiti?).

In America – ma probabilmente anche in India – una tesi difensiva così ridicola porterebbe alle dimissioni un secondo dopo, a furor di popolo: perché non solo ha preso una valanga di soldi da un imprenditore, ma ha preso pure tutti noi per fessi completi.

Invece Scajola ci ha provato, e probabilmente la farà anche franca. Perché il suo capo gli ha insegnato che da noi non c’è un’opinione pubblica, quindi non ci sarà nessuna reazione o quasi. Lui continuerà a sostenere imperterrito la sua assurda tesi, come se fosse verosimile, e a fare il ministro.

Se ci ha preso per fessi, è perché forse lo siamo.

April 26 2010

22:20

Ma il Governo ha capito cos’è la Mafia?

(di Jonkind)

“I boss non si catturano. O si vendono o muoiono.”

Così ripeteva spesso Luigi Ilardo, boss mafioso del catanese e collaboratore del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) nei primi anni ‘90, ai suoi confidenti dell’Arma dei Carabinieri sulle tracce dello Zio Binu, il latitante superboss Bernardo Provenzano.

Ed è più meno sempre così. E’ sempre stato così. Chi si ricorda di qualche cattura di latitanti con scontri a fuoco tra carabinieri e mafiosi? E quanti picciotti difendono i capi della cupola di Cosa Nostra quando questi vengono sorpresi dietro una botola di qualche casolare di campagna? Fateci caso: ma nemmeno nella serie TV dei Soprano ci sono morti ammazzati quando lo Stato rompe gli indugi giudiziari e oltrepassa la sottile linea che lo divide dal crimine. Perché è questa l’essenza del fenomeno mafioso, l’Antistato non è mai davvero antitetico allo Stato, ma organico e complementare alle sue deviazioni morali e sociali, con una dialettica a volte ruvida ma quasi mai assassina, di contrapposizione ideologica ultima e definitiva.

La mafia non è il terrorismo rosso delle BR, non mette in discussione l’ordine costituito, cerca solo di farci affari insieme se l’altro decide di starlo a sentire. Molti ricordano l’epoca delle stragi, dal 1992 e 1994, gli attentati a Falcone e Borsellino, le bombe a Firenze, Roma e Milano, ma chi sa guardare in prospettiva lungo l’arco della storia centennale della mafia siciliana si accorge che quella è stata una specie di parentesi eroica, un delirio omerico di tragedia scatenato da poche teste (anzi una, subito caduta, quella di Totò Riina): l’eccezione, non la regola. Quando la mafia siciliana cambia pelle, quando i vertici di Cosa Nostra fanno lo scrub rigenerante, passando il testimone dai nisseni ai palermitani, dai palermitani ai corleonesi, dai corleonesi ai catanesi, lo Stato invece di infiltrarsi per indebolire il sistema, assiste passivamente, semmai collabora, accorciando al clan perdente la via per la galera.

I capi si vendono, o muoiono, come diceva Ilardo, ma la Ditta rimane in piedi e fa più o meno gli affari di prima, come ogni volta che cambia il management di una multinazionale secondo la regola del “nessuno è indispensabile”.

Ci penso sempre, alla quella frase, ogni volta che si vedono in Tv i volti smarriti (più per la sorpresa che per lo sconforto) dei boss catturati in operazioni di polizia, durante le quali si può regolarmente notare la media di 100 agenti per ogni mafioso arrestato. E ci penso soprattutto ogni volta che il governo italiano annuncia un’ondata di arresti, un “azione senza precedenti”, “uno sforzo decisivo”, “un colpo mortale” alla criminalità organizzata, come se fossimo lì lì per chiudere un pagina di storia secolare in una settimana o poco più.

L’ultimo a snocciolare i successi del Governo Berlusconi contro la Mafia è stato il Sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, durante l’agitata Direzione PDL altrimenti celebre per il battibecco Fini-Berlusconii, ma i dati sono già stati più volte ripetuti dal Ministro Maroni e dal Presidente del Consiglio: 502 operazioni di polizia giudiziaria (+41% sul periodo precedente), 4.993 arresti (+40% sul periodo precedente), latitanti arrestati 347 (+77% rispetto al periodo precedente), 8 miliardi beni confiscati (+125% sul periodo precedente, ma su un totale stimato di 1.000 miliardi); dove il periodo precedente sarebbe il governo Prodi, e non è chiaro se il conteggio includa l’arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l’11 aprile 2006, all’indomani delle elezioni del 9 e 10 aprile vinte dal centro sinistra.

Numeri che sembrano impressionanti, sopratutto venendo da una componente politica nota per il suo basso profilo contro la crimininalità, con un Premier che avrà menzionato quelle cinque lettere, “mafia”, 2 o 3 volte nei suoi discorsi pubblici dal 2001 a oggi, per non parlare della presenza tra le file del PDL del chiaccherato Marcello Dell’Utri. Cifre che secondo il leghista Maroni dimostrerebbero che questo è un governo che agisce invece di parlare a vanvera per il compimento di una missione titanica svelata dallo stesso Silvio Berlusconi: sconfiggere definitivamente la mafia entro la legislatura corrente, entro il 2013, come se fosse un cancro qualunque.

Numeri che però a me non tornano.

Sono anni che ci insegnano che la mafia è un fenomeno economico prima ancora che militare. Che è più importante sapere quanto sia il fatturato delle attività criminali e quale la portata delle nefaste influenze clientelari e sulla morale pubblica, piuttosto che contare i morti ammazzati e i boss arrestati. Quindi il punto è un altro. Se la mafia siciliana e le altre mafie meridionali contavano (nel periodo precedente, quello di Prodi, si capisce) per quasi 150 miliardi di euro (il 10% del PIL), quanto pesano oggi, dopo la retata governativa che avrebbe decapitato i vertici, le attività economiche mafiose? Di quanto è diminuito il pizzo sulle attività commerciali? Di quanto è caduto il traffico di droga? E quello delle armi? E la prostituzione? E il gioco illegale? E gli investimenti nell’edilizia? E i soldi esportati nei paradisi fiscali? Di quanto è caduta l’evasione contributiva e fiscale al Sud? Di quanto sono diminuite le infiltrazioni mafiose nella Sanità, nelle Assemblee Regionali, Provinciali, Comunali? Di quanto sono diminuiti gli appalti alla mafia? E la quota dei finanziamenti europei che finisce ai clan?

Ecco, a me i numeri di Maroni convinceranno quando saranno accoppiati con una serie analisi economiche del fenomeno, a cui magari affiancare una serie di indagini sociali sui mutamenti della società nel Mezzogiorno asfissiato dalla criminalità. Analisi compiute non solo dal Governo, un po’ troppo parte in causa, ma almeno dal Parlamento, dove l’opposizione possa fare le sue controdeduzioni, magari con audizioni pubbliche come succedeva negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta, o come minimo con un po’ di quella giovane curiosità che caratterizzava l’inizio del Regno d’Italia. In modo che i cittadini possano farsi un’opinione completa e non di parte di dove siamo, di cosa facciamo veramente contro la criminalità organizzata.

Non solo verbali di Polizia e Carabinieri, ma qualche lavoro culturale un po’ più fino, in profondità, in una società meridionale che rischia di essere, come l’Africa, un continente perduto.

Qualcosa di più, ci vorrebbe, di quello che appare oggi sul sito della Commissione Parlamentare Antimafia, ricostituita per la quarta volta nella sua storia, all’inizio della XVI legislatura.

Articoli correlati

April 20 2010

15:35

Renata, le botte e la comunione

Piergiorgio Paterlini per Piovonorane.it

I genitori di un mio caro amico hanno una badante. Si chiama Renata. Meravigliosa. Cattolica. E polacca. Il parroco della chiesa vicina è andato proprio oggi a portare la comunione ai due anziani genitori che non possono muoversi.

Anche Renata avrebbe voluto la comunione, il prete gliel’ha offerta e lei correttamente ha detto: «Vorrei, ma guardi che sono divorziata». Il parroco ha detto: «Ah, allora no. Ma come? Divorziata? Non si può… Preghi, preghi molto».

Ora, Renata ha divorziato perché il marito la corcava di botte. Divorziare, per lei, è stato un dolore vero, doppio, anzi triplo, quadruplo: un figlio lontano oggi appena tredicenne, autodifesa nei confronti di un uomo brutale, una vita ancora più solitaria, e – dopo la violenza subita – essere costretta a far violenza lei stessa alle proprie convinzioni religiose.

Il mio amico le ha regalato la fotografia del divorziato Berlusconi che prende l’ostia sulla lingua.

Lei non ci è rimasta male. Come si potrà intuire è una donna forte e coraggiosa. Si è incazzata moltissimo. Ha detto: «Che schifo».

Renata. Cattolica. Polacca.

April 11 2010

11:51

La Chiesa è innocente, il Web no

«Perché nessuno ha messo sotto processo internet, che pullula di lerci siti pedofili?»

(Paolo Granzotto, sul Giornale di oggi, prende posizione nelle polemiche che riguardano il Vaticano. Mi pare un’ottima idea: però processiamo anche Meucci, visto che molti pedofili si scambiano informazioni al telefono).

April 09 2010

18:07

L’amico dei pedofili che passeggia in via Merulana

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Fa piacere vedere che Santa Romana Chiesa promette “aiuto interiore” alle vittime dei preti pedofili.

Farebbe ancora più piacere se contemporaneamente la Chiesa affrontasse il vero problema che ha dentro: cioè le responsabilità dei suoi prelati alti e altissimi che i preti pedofili li hanno protetti e nascosti alla giustizia per anni.

Ad esempio, oggi passavo accanto a Santa Maria Maggiore e mi veniva il sangue caldo pensando a chi stava li dentro, a pochi passi da me, ancora coperto di cariche e di onori: quell’arcivescovo e cardinale Bernard Francis Law che a Boston fece di tutto per coprire i sacerdoti colpevoli di centinaia di abusi, e – cacciato a furor di fedeli dalla sua città – è stato messo a capo di una delle più importanti basiliche di Roma.

Forse potremo credere un po’ di più alle buone intenzioni del Vaticano quando Law e quelli come lui invece di esibire la porpora nel presunto cuore della cristianità verranno mandati in un sperduta parrocchia neozelandese, a praticare ogni possibile forma di contrizione.

March 22 2010

19:00

Almeno un po’, fatela soffrire

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Ieri il consiglio superiore della Sanità, organo del Ministero della Salute, ha deciso che in Italia la Ru486 si potrà prendere solo in ospedale, con un ricovero.

«Quindi, nel nostro Paese – diversamente da ciò che normalmente accade da anni in tutti i paesi della Ue (con l’eccezione dell’Irlanda e del Portogallo), negli Usa e in Canada – si autorizza una pillola che ha come funzione quella di evitare un gravoso ricovero ospedaliero, ma se ne vincola l’uso al ricovero ospedaliero: Con l’incredibile paradosso che la donna che abortirà chirurgicamente lo potrà farà in day hospital, mentre quella che avrebbe preferito evitare il bisturi e inghiottire una pillola lo dovrebbe invece fare restando chiusa in ospedale – senza motivo e con evidente stress psicologico – per almeno tre giorni». (Minerva-Fassari)

Oggi la Cei ha ringraziato: schierandosi contro Emma Bonino e Mercedes Bresso, invitando a votare in Piemonte e Lazio i candidati di Berlusconi.

Nel documento scritto da Bagnasco si fa riferimento preciso all’interruzione di gravidanza, e si sottolinea che «la Ru486 banalizza l’aborto perché l’idea di pillola è associata a gesti semplici, che portano un sollievo immediato».

Cei e centrodestra, belli uniti per impedire alle donne che vogliono interrompere la gravidanza di diminuire la loro sofferenza.

March 16 2010

08:15

Orrore: l’odio su Facebook – 2

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Dopo l’emblematico caso dell’onorevole Scandroglio (vedi sotto), ecco un’altra lampante dimostrazione che su Facebook si scatenano gli istinti peggiori: il candidato dell’Udeur in Campania Enzo Varchetta mostra sulla sua pagina tutto il suo odio verso la regoletta per cui non sarebbe consentito il voto di scambio.

(Grazie per la segnalazione a Claudio Pappaianni)

March 10 2010

20:23

Questa foto

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Questa foto è l’Italia del 2010.

Un ministro della Repubblica che prende per il bavero un tizio che voleva fare una domanda sgradita al premier.

Il ministro della Repubblica che comanda le Forze armate che gode nell’usare la sua forza fisica – peraltro protetta dai suoi carabinieri – per cacciare da una sala un cittadino disomogeneo.

Questa è la fotografia perfetta del paese in cui viviamo. La forza, la prepotenza, il silenziamento muscolare del dissenso. Perpetrato in modo disintermediato, diretto, dalle mani e dalla braccia di chi per un giorno torna a sentirsi giovane e per manganellare non ha più bisogno dei Capezzone, dei Feltri, dei Minzolini: può farlo direttamente con le proprie unghie ficcate nel cappotto del dissidente.

Lui stasera ne sarà orgoglioso e lo racconterà ridendo ai suoi camerati.

Noi possiamo solo vergognarci, anche per lui, di vivere in un paese così.

March 05 2010

09:03

Uccidiamo l’Italia del Nun se potrebbe

A leggere i giornali di oggi sembra che qui siano in gioco le poltrone del Lazio o della Lombardia, e scusate ma questa è una sciocchezza sesquipedale.


Non è poi così fondamentale se alla fine vince la Polverini o la Bonino, o se Formigoni riesce a perpetuare i suoi affari con la Compagnia delle Opere per altri cinque anni. Certo, non dico che sia irrilevante, ma le Regioni in fondo sono delle gigantesche Asl mentre in questi giorni è in gioco qualcosa di molto più vitale per decidere che strada prenderà questo benedetto paese.

Qui, semplicemente, si stanno confrontando due pezzi d’Italia.

Da una parte c’è l’Italia secondo la quale le leggi – anzi tutte le regole – sono una fastidiosa formalità, se non un costante impedimento. E’ l’Italia dei condoni edilizi, degli scudi fiscali, dei Suv parcheggiati in seconda fila, dei 170 all’ora in autostrada, dei sorpassi sulle corsie d’emergenza.

E’ l’Italia dei «vabbeh, nun se potrebbe, però…» che poi vuol dire lo faccio anche se non si può.

E’ l’Italia per cui l’estensione infinita dell’io prevale su ogni altro valore.

L’Italia che unge le ruote e scambia favori, di qua e di là della linea della legge, perché quello che conta è il risultato, la vittoria, il profitto, il potere.

L’Italia del «non facciamo le verginelle», «siamo uomini di mondo» e «tanto lo fanno tutti». E naturalmente anche del «se dovessi pagare tutte le tasse chiuderei bottega».

L’Italia degli yacht con targa panamense che vedo ogni santa estate nei porticcioli della Toscana, e a bordo cenano parlando brianzolo.

Dall’altra parte c’è un’Italia (minoritaria? radicale? naïf?) che sta provando a rovesciare questo vecchio tratto dell’identità nazionale. Quasi sempre con fatica, quasi mai con successo.

E’ l’Italia che ha capito che «il futuro o sarà educato o non sarà», che se non sbaglio è una frase di Isaac Asimov. Sì, uno scrittore di fantascienza, e in effetti è abbastanza fantascientifica l’ambizione di questo pezzo d’Italia.

In queste elezioni regionali, per qualche motivo, qualcuno ha iniziato a far notare che si stava sbragando un po’ troppo, rispetto alle regole.

E’ stato Luca Sofri che ha condotto per settimane una battaglia quasi solitaria sull’ineleggibilità di Roberto Formigoni in Lombardia e di Vasco Errani in Emilia Romagna, che hanno già svolto almeno due mandati. Uno del Pdl, uno del Pd: perché, come si diceva, la tendenza a violare le regole non ha necessariamente un colore (anche se per la verità il Pdl ne ha fatto un suo tratto distintivo).

La battaglia di Sofri non è tracimata sulla grande stampa e in tivù – e il fatto che vi fossero coinvolti due big dei due partiti più grandi probabilmente non è una causa secondaria di questo silenziamento.

Poi però è arrivata la questione delle firme, e il panino di Milioni, e Cappato che ha rotto le scatole a Milano, e così la bolla è esplosa: da anni, pare, nella presentazione delle liste si bara tutti o quasi, e nessuno rompe le scatole all’altro perché non sia mai che venga fuori anche il tuo scheletro nel faldone.

Così è scoppiata la battaglia le regole: e chi più le regole le ha in uggia – il premier – ha subito pensato di farne una nuova per cambiare quelle vecchie, come se durante una partita di calcio uno segnasse con la mano e poi si decidesse che valgono anche i gol di mano.

Ecco perché quello che sta succedendo è un po’ più importante di una poltrona di governatore.

Ovviamente io sono strafelice che il pezzo d’Italia che considera le regole condivise un valore – e non un lacciolo – sia in qualche modo emerso, soprattutto in rete, e spesso con ironia.

Ma spero che l’obiettivo sia non solo e non tanto vincere questa battaglia a Milano o a Roma, ma farla vincere dentro la testa della gente, dei cittadini di ogni simpatia politica.

E’ lì, nella zucca delle persone, che si gioca la partita più importante.

Possibilmente senza distinzioni di bandiera, anzi: dovrebbe essere la gente di sinistra a fare un mazzo così ai suoi, se non rispettano le regole – e pensate come sarebbe stato bello se in Emilia lo stop a Errani lo avesse dato la base del Pd.

E lo stesso a destra, naturalmente: altro che fumogeni, slogan da stadio e saluti fascisti in piazza Farnese.

Questo sarebbe sì un paese civile.

Spero di vivere abbastanza per vederlo.

February 28 2010

11:22

Bugie del Tg1: quello che si può fare

tg1

Arianna Ciccone per Piovonorane.it

E’ andata così. E’ andata che alle 13.30 di venerdì 26 febbraio al Tg1 un giornalista della tv pubblica ha dato una notizia falsa. E’ andata che mi sono sentita morire e sono rimasta senza parole e il mio amico inglese Chris – nel suo italiano alla Stanlio e Ollio – ha detto: oh oh oh oh oh ma se passa questo può passare tutto!

E’ andata che allora che ho capito che qualcosa bisognava dire, che qualcosa bisognava fare.

Il giorno dopo ho deciso: chi garantisce i cittadini dal rispetto della deontologia professionale da parte dei giornalisti? Un giornalista che dà una notizia falsa, specie sul primo tg del servizio pubblico, non dovrebbe chiedere scusa?

Un Tg che manda in onda una notizia falsa non dovrebbe rettificare?

Una volta avrei preso carta e penna e ci saremmo letti la lettera io e i miei quattro amici al bar.

Sabato ho scritto una lettera (tecnicamente una nota) su Facebook al Presidente dell’Ordine, al Presidente della Rai e al Direttore del Tg1.

Poi è successo qualcosa che non avevo previsto: il passaparola su Fb e tante, tantissime, incredibilmente tante richieste di firmare con me quella lettera.

Allora ne ho parlato con Fernanda e abbiamo pensato di aprire un gruppo.

E chi lo apre?

Ci pensa Paola. Poi c’è Nonna Antonia che fa un macello per diffondere l’iniziativa.

Alle 19.30 il gruppo è nato: la dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini (mica poi chiediamo la luna). Nel giro di poche ore siamo arrivati a oltre mille. Ogni iscrizione vale una firma. Stamattina abbiamo superato i duemila iscritti.

Entro martedì alle 13.30 continuo a raccogliere le firme/iscrizioni. Stiamo pensando con una parte del gruppo di organizzare una delegazione e consegnarle a mano.

L’hashtag è #amoilgiornalismo.

Arianna Ciccone

PS. Il gruppo ha superato le 25 mila adesioni in poco più di 24 ore.

08:18

Il Primo marzo di tutti noi

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Fabrizio Gatti per L’espressonline:

I miei compagni di classe alla scuola materna dicevano che non dovevo parlare con Elio. Eravamo bambini di quattro e cinque anni. Elio aveva un cognome lombardo, era discendente di una famiglia lombarda da generazioni. Ma aveva una colpa per la quale doveva essere escluso dai nostri giochi: Elio abitava con i terroni.

Elio viveva in un caseggiato malmesso affacciato su un cortile polveroso. E i suoi vicini di casa erano famiglie di calabresi, siciliani, campani che si ammassavano nei bilocali senza bagno, una porta e una sola finestra in cambio di un lavoro come manovali, addetti alle pulizie, i più fortunati come operai nell’industria.

Era il 1970 e Milano e la sua provincia avevano tre categorie di abitanti. C’erano i lombardi, baluardo dell’operosità e dell’onestà. C’erano i terroni del Nord, veneti e friulani, bravi, eh, onesti pure loro, ma non mancavano le suore e i parroci che mettevano in guardia i teenager del posto, mai fidanzarsi con venete e friulane che, si sa, sono ragazze di facili costumi.


Poi c’erano i terroni terroni: quegli incoscienti che fanno figli come conigli, non sanno nemmeno parlare l’italiano, non si lavano, anzi puzzano, Dio santo come si fa a vivere così, tengono le galline in cucina, piangono miseria, affitti la casa a uno di loro e te la ritrovi piena di gente, in Comune hanno sempre la precedenza nelle liste per le case popolari, per i libri a scuola, non hanno voglia di lavorare e lo Stato li premia, sono mafiosi, rubano, violentano le donne, guarda le loro mogli, si vestono di nero e le vecchie sono obbligate a portare il velo, ma come si fa, sono così diversi da noi, mica possiamo accoglierli tutti questi terroni, non siamo razzisti per carità, ma perché non li aiutano a casa loro? Quei discorsi, respirati dai bambini, avevano condannato Elio all’esclusione. Perfino lui che era lombardo.

Ma oggi, quarant’anni dopo, quell’insulto, terrone, è praticamente scomparso. Chi fa più caso all’origine geografica di un cognome o di un nome? È bastata una generazione per cancellare gli effetti di questa segregazione. E grazie a quell’immigrazione interna dal 1970 l’Italia, la sua industria, la sua economia, la sua cultura, hanno potuto crescere.

Adesso la sfida è la stessa: costruire una nuova unità, una nuova ricchezza del Paese. La sfida è mettere la generazione dei nostri figli nelle condizioni di considerare normale la differenza di pelle, di nome, di religione, al punto da non considerarla più una differenza. Ci vorrà tempo. Forse, come per il piccolo Elio e per tutti noi ex terroni, ci vorrà un’intera generazione. Ma le fondamenta perché questo avvenga dipendono da quello che noi facciamo oggi.

La segregazione tra italiani e stranieri è ancora feroce, ma il sistema xenofobo che l’ha voluta si avvia alla decomposizione.

Non ha futuro.

Il sistema di potere che l’ha prodotto è già morto, sta marcendo nel cancro delle tangenti, nelle complicità con la mafia, nella parodia dell’onestà e della buona amministrazione che dal 1994 in poi ha diviso l’Italia e l’ha ridotta al cadavere che è. Il capolinea di tutto questo è il 2013, forse anche prima.

Poi ci sarà il vuoto.

E tutti noi, cittadini onesti, che non ci riconosciamo nel marciume della corruzione, abbiamo l’obbligo di riempirlo. Anche semplicemente con la nostra presenza, con le nostre piccole azioni quotidiane.

Ecco perché le manifestazioni di lunedì primo marzo sono un’occasione importante per esserci, per pretendere un Paese diverso, per rendere possibile una nuova unità nazionale dove la libertà di esistere non dipende dal passaporto del luogo dove ciascuno di noi è nato ma dallo Stato, dalla città, dal quartiere dove ora vive.

Esserci è un dovere di solidarietà nei confronti di Ion Cazacu, ingenere e muratore, padre di due bimbe, bruciato vivo dal suo datore di lavoro. È un dovere nei confronti dei braccianti presi a fucilate a Rosarno. Ma è anche l’unico, ultimo mezzo che ci resta per far sapere che in questa Italia in cui la criminalità organizzata siede in Parlamento tutti noi, cittadini onesti, oggi siamo stranieri.

Fabrizio Gatti parteciperà alle manifestazioni di Milano

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