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July 01 2013

11:07

Lindau Nobel Laureate Meeting /1

Il porto di Lindau sul lago di Costanza

Qui i confini cambiano spesso, nonostante tutti parlino la stessa lingua. Se da questo fazzoletto di terra attaccato alla riva da due ponti che gli fanno da lacciuoli si prende un ferry, pochi minuti e si arriva in Austria. La maggior parte delle montagne che si vedono guardando verso sud dal porto, invece, sono in Svizzera. Eppure Lindau e’ tornata ad essere bavarese solo nel 1955, dopo essere stata francese per qualche tempo (poco) e dopo che tra cadute del Sacro Romano Impero e riassetti della Confederazione Elvetica le hanno fatto cambiare spesso bandiera. Qui, dagli anni Cinquanta si incontrano una volta l’anno i premi Nobel della scienza e per la 63a edizione di questi incontri di Lindau, il pallino della discussione e’ toccato alla chimica.

I monti svizzeri sulla sponda opposta del lago visti dal faro (l’unico di tutta la Bavaria)

Per i giovani ricercatori che ancora stanno cercando di affermarsi, i Lindau Meetings sono un’occasione piu’ unica che rara per poter assistere alle lezioni dei vincitori del Nobel e, soprattutto, di poter rivolgere loro alcune domande nelle sessioni pomeridiane di discussione riservate proprio a questo scopo. I fortunati 625 prescelti di quest’anno hanno a loro disposizione 35 premi Nobel. Un posto come questo, da cartolina, con il treno che arriva fin sull’isola e i curati giardini che si affacciano sulle rive, sembra quasi irreale, un bolla di aria fresca nel caos della contemporaneita’. Non ho visto nemmeno un locale attrezzato per la finale di Confederation Cup di ieri sera (ma i tedeschi non hanno partecipato) e per cinque giorni le viuzze dell’isola saranno invase dai giovani con le loro borse rosse (omaggio dell’organzzazione) che tra un apfelstrudel e una birra in un imbiss parlano di meccanica quantistica, di G-protein, catalisi, recettori, ricerca di nuovi medicinali piu’ efficaci.

Tramanto sulla riva ovest dell’isola di Lindau

Noi giornalisti sembriamo l’elemento fuori contesto. Impressione confermata anche dalla precisa funzionalita’ del press office. Riguardo le email che mi ha mandato nei mesi scorsi. L’hotel e’ stato prenotato tre mesi fa e oltre il 30 aprile non era piu’ possibile modificarlo. I nomi dei Nobel che volevo intervistare ho dovuto comunicarli quattro settimane fa, salvo poi scoprire che solo due di queste sono state calendarizzate (“Alcuni Nobel selezionano attentamente i propri contatti con la stampa”) e che per cercare di organizzare qualcosa all’ultimo momento e’ praticamente impossibile. Chiedo cosa succede se incontro la bar Serge Haroche o Steven Chu: posso intervistarli li’ per li’? “Assolutamente no, proprio no. Le cose qui a Lindau non vanno in questo modo”. Progressivamente hai capisci che l’ufficio stampa non e’ un tuo alleato, ma tiene piu’ in considerazione il “non disturbare il professor tal dei tali” e il suo rapporto, eventualmente, con i giovani ricercatori.

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Pubblico alla prima giornata di lectures (Photo by Nobel Laureate Meeting)

Che si tratti di un cosa per loro e non per gli altri, da cui ti permettono gentilmente di guardare dal buco della serratura e’ evidente. Durante la settimana ci sono molte sessioni chiuse, a cui non e’ consentito l’accesso alla stampa e al pubblico generale. Una serie di eventi sono esclusivi e organizzati da questo o quel governo che finanzia l’iniziativa. Sembra di non essere nel XXI secolo, ma nel XIX, quando Lindau era importante per il traffico navale sul lago e grazie al treno metteva in comunicazione Monaco e la Bavaria con le valli piu’ meridionali tra cantoni svizzeri e le montagne italiane. Il punto e’ che nel 2013, con lo streaming integrale delle lecture e un’attivita’ sui social network piuttosto vivace, o mi fai incontrare di persona i Nobel, oppure il mio viaggio di giornalista diventa piuttosto inutile. Oltre al fatto che a dispetto dell’efficienza teutonica, il wifi non funziona piu’ da stamattina…

April 17 2012

14:00

Daily Must Reads, April 17, 2012

The best stories across the web on media and technology, curated by Lily Leung.

1. Online media among 2012 Pulitzer winners (Nieman Lab)



2. "The Huffington Post won a Pulitzer Prize Monday. The world didn't end." (PaidContent)



3. The term "Tumblr" expected to eclipse "blog" by year's end in Google searches (TPM)



4. Foursquare has 20 million registered users. How many are active? (ReadWriteWeb)



5. Social media logos on TV shows work, study says (TechCrunch)




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April 16 2012

22:26

A new BuzzMachine

At long last, and by popular demand (and disgust at my old design), BuzzMachine is reborn thanks to my son and webmaster, Jake. After I’d let my old design go to seed, he didn’t much like me calling him my webmaster. So he took matters into his own hands, rebuilt my WordPress installation from scratch, fixed all kinds of things I’d messed up or neglected over the years, and — best of all — gave me this wonderful new look. The image above — like the photo on the old header — is of a paper-making machine: the old origin of buzz. I’ve been neglecting this blog too much, in design and content, and want to get back in the flow. This is a great place to start. (Thank you, Jake.)

June 14 2011

21:21

Celebrating the opening of Klynt.net

We are very pleased to launch Klynt.net official news & community website.

We thought about it as both a vitrine for the app but most of all, a place to share ideas and feedback on the soon to open Klynt community area.

This is also the opportunity for us to unveil Klynt’s new visual identity, interface and features, designed  by our team at Honkytonk Films and developped with the indirect help of the thousands of developers forming today’s magnificent open source community.

We hope you will find it interesting and – for those of you who have not received an invitation to test it yet, help you wait a little longer.

Best regards,

Arnaud, Guillaume, Sarah, Thibaut, David, Fabien, Maria, Jessica & Damien

Follow-us on twitter @honkytonkfilms @klynt_app
LIke & share on Facebook

March 29 2011

07:28

Fare carriera a Londra non mi stupisce più

A Londra ormai da più di cinque anni, osservo progredire speditamente la mia carriera di Clinical Academic allo University College of London, la quarta migliore università al mondo, la seconda in Europa. Dovrei esserne stupito visto che solo cinque anni fa in Italia ero uno dei tanti “ricercatori volontari” – in realtà dei disoccupati che lavorano gratis per l’università  e sono in fila ad aspettare che il Potente di turno li omaggi di un concorso “blindato”. Sempre che figli, mogli e fidanzate siano stati tutti sistemati; la famiglia prima di tutto.

Ma sento che ormai certe cose del mio lavoro e della mia vita qui a Londra non mi stupiscono più. Passare da ricercatore a professore associato a 34 anni, e senza avere lo stesso cognome di un rettore, di un professore ordinario, o di un dirigente amministrativo di questa università non mi stupisce più.

Essere promosso prima e più velocemente di altri ricercatori che erano qui prima di me, semplicemente perché sono più bravo, perché pubblico di più e in riviste più prestigiose, perché ottengo più finanziamenti di ricerca non mi stupisce più.

Vedere che, negli anni della crisi finanziaria e dei tagli alla spesa pubblica, la mia università invece di licenziare sta assumendo nuovo personale per supportare i ricercatori e i loro progetti, sapendo che alla lunga questi porteranno centinaia di milioni di sterline di finanziamenti, tanti quanto basta per coprire il buco dei tagli della spesa pubblica, non mi stupisce più.

Andare a lavorare con una efficientissima metropolitana, spostarsi tra i dipartimenti con una delle oltre 5000 biciclette del bike sharing disseminate per Londra, gratis per i primi 30 min di utilizzo, e fittare l’auto, quando serve, con il sistema del car sharing, auto rigorosamente con motore ibrido, non mi stupisce più.

Certe cose però mi stupivano ancora. Quando l’ordine dei medici inglese pretese una vastissima e minuziosa documentazione dei miei titoli e della mia formazione specialistica ed esperienza clinica per decidere se questa fosse equipollente alla formazione specialistica dei colleghi inglesi. Visto che l’equipollenza è un elemento necessario per accedere alle posizioni apicali, quella di primario ospedaliero per intenderci, questa pretesa della dettagliata prova documentata della mia competenza mi sembrava un’ingiusta discriminazione, un’ulteriore prova dello spirito ultra-nazionalistico degli inglesi che storcono il naso quando qualcosa non è fatto secondo il loro sistema, a modo loro.

Poi un giorno ho visto un’intervista al ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna. Che mi ha illuminato. E anche la storia dell’equiparazione dei titoli e della competenza – adesso – non mi stupisce più. E vi spiego perché.

La giornalista chiedeva al ministro se reputasse giusto che una persona senza formazione specifica, senza appunto competenza ed esperienza, fosse nominata parlamentare e poi ministro. Dubbio ancor più  valido quando questa persona, poco tempo prima, si era dedicata a balletti e pose fotografiche in calendari, più che ad uno studio approfondito di come amministrare la cosa pubblica. Il Ministro, per tutta risposta, faceva notare quanto fosse ingiusto e pretestuoso dare giudizi a priori e rispondeva dicendo: “Lasciatemi prima lavorare, e poi giudicatemi in base a quello che farò, o quello che non farò”. Ragionamento che apparentemente non fa una grinza.

E invece no. La grinza c’è ed è alta come una montagna. La formazione specifica, la competenza, l’esperienza, in un parola il curriculum, sono tutti elementi che garantiscono che la persona che selezioniamo per un determinato lavoro lo faccia al meglio, secondo canoni di efficienza e, possibilmente eccellenza. Adesso capisco gli inglesi, la loro attenzione verso il curriculum, la competenza che deve essere documentata e certificata, e che deve essere valutata da terzi, indipendenti e autorevoli. E non mi stupisce più.

E se il prossimo primario di chirurgia del vostro ospedale fosse un personaggio del mondo dello spettacolo? Una persona senza esperienza né competenza, messa lì ad operare appendiciti ed ernie strozzate senza un briciolo di curriculum? Accettereste di sentirgli dire: “Lasciatemi prima fare il primario, lasciatemi operare per qualche anno, e poi giudicatemi dopo, in base alle persone che salverò o a quelle che ci rimetteranno la pelle”? Vorrei girare questa domanda ai nostri politici, al ministro Carfagna, a Nicole Minetti, alle ragazze del corso accelerato di politica per Veline e ai loro insegnanti. Temo rimarrei senza risposta. Ma, ormai, non mi stupisce più.

Stefano Fedele, University College London

January 10 2011

08:47

La Digital P.A.

Riceviamo un contributo di Marco Massarotto che sta elaborando la sua ultima opera editoriale, nella quale ha riservato un capitolo sulla PA.

La Pubblica Amministrazione è l‘insieme di figure che svolgono in qualche modo la funzione amministrativa nell’interesse della collettività e quindi nell’interesse pubblico.
La P.A. ha sempre comunicato a due vie, e, in qualche modo, è sempre stata interattiva. Purtroppo, si è anche dimostrata molto “analogica”: moduli, macchine da scrivere, fax, archivi, casellari, copie carbone, timbri. L’immaginario e l’immagine della Pubblica Amministrazione italiana è fantozziano, burocratico, cartaceo.

Gestire i flussi di comunicazione tra qualche decina di migliaia di dipendenti e 60 milioni di cittadini con una dotazione di strumenti anacronistici e analogici, è un compito improbo.
L’opportunità della digitalizzazione oggi rappresenta anche il problema della nostra P.A., schiacciata dalla sua stessa inerzia analogica. Eppure l’enorme sforzo di convertirla alle tecnologie e a uno stile di gestione digitale la Pubblica Amministrazione italiana avrebbe conseguenze positive altrettanto enormi.
Proviamo a capire come i flussi della P.A. possono beneficiare dell’interfaccia digitale e ad analizzare poi le opportunità per alcuni settori specifici.
La pubblica amministrazione ha nei confronti dei cittadini i seguenti flussi:

  • è fonte di informazione, notizie, novità, aggiornamenti
  • è destinataria di denaro, dichiarazioni, denunce
  • è emittente di ricevute, attestati, certificazioni
  • è gestore di processi decisionali collettivi, elezioni, consultazioni
  • è archiviatrice di documenti, atti, informazioni

Questi processi non hanno modo di essere implementati, possono essere fatti analogicamente o digitalmente. Se la leggiamo oggi, a freddo, la scelta digitale per: informare, pagare, certificare, consultare e archiviare appare scontata, ma siccome la P.A. non nasce oggi, tutte queste scelte sono state fatte e implementate nei decenni in chiave analogica.
Le sfide che si presentano oggi alla P.A. per meglio digitalizzarsi sono:

  • strutturare flussi informativi digitali e mobile
  • implementare sistemi di riscossione (pagamento) web based
  • digitalizzare i propri archivi (!)
  • sperimentare forme di certificazione/consultazione collettiva

Si tratta di compiti gravosi, ma fondamentali (i primi tre) e uno assolutamente “aperto” (il quarto), in quanto i processi decisionali su piattaforma digitale presentano, a differenza dei primi tre punti, problematiche ancora non risolte. Per raggiungere l’obiettivo di una P.A. digitale, però, è necessaria la “complicità” dei cittadini che ne devono vedere l’utilità, i vantaggi e l’applicazione pratica in modo semplice. Strumentali a atal fine sono dunque questi ulteriori obiettivi:

  • Avviare una politica di Open data
  • Evangelizzazione digitale del paese
  • Redesign di leggi e regolamenti riguardanti la P.A.

Se queste sono linee guida strategiche genericamente valide per enti pubblici e amministrativi, è chiaro che ogni tipologia avrà problematiche e opportunità specifiche da affrontare nella loro sede.

December 28 2010

15:55

New links to updated sites…

In anticipation of the New Year, my other two wordpress sites have been updated.

Check out The Basics of Videojournalism, an overview of a textbook on visual storytelling I am currently working on.

Also, beginning in June I’ll be out and available for hire as a freelance videojournalist – the site for that is think-news.

If you look to the left in the sidebar, you’ll see I’ve added both sites to the blogroll.


December 02 2010

18:17

10 Reasons Our Student Newspaper Blog Stinks

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Education content on MediaShift is sponsored by Carnegie-Knight News21, an alliance of 12 journalism schools in which top students tell complex stories in inventive ways. See tips for spurring innovation and digital learning at Learn.News21.com.

I am writing an adviser's confession: Our student newspaper blog stinks.

Amid many scoops and successes this semester, The Minaret, the weekly campus paper I advise at the University of Tampa, has endured a major bust. Roughly three months in, our efforts to launch a buzzworthy and newsworthy blog have failed -- spectacularly.

But I will not go quietly into that long production night, which for us is Tuesday.

Instead, I want my staff to learn from our mistakes and grow our blog, The Crescent, into something better. I also want to ensure others do not follow in our #epicfail footsteps.

In that spirit, here are the top ten reasons I believe our student newspaper blog, so far, has flopped.

10 Reasons

1. We don't have a dedicated blog editor.
Our managing editor oversees the blog. At first glance, that makes sense. He's a workaholic new media whiz kid with design chops and an unbridled passion for journalism and the newspaper. So far though, it has been hellish for him.

I know we live in a journalism age in which everyone is supposed to be equipped to do everything. And I know that student newspaper staffers regularly double and triple up on their defined job scope for the greater good of the paper. But for our managing editor -- someone who is already enmeshed in layout, staff oversight, copy editing, reporting, and budget issues -- launching and overseeing the blog appears to be a step too far.

Even in the short time I've known him, I've been able to measure his stress not by the look on his face, but the fuzz. When he's clean-shaven, I know all's well and we have a solid issue. When he sports two-day stubble, I know there's a major misspelling in a published headline and a reporter who's gone MIA. When he periodically dives into blog work, his scruff becomes a full-blown "defeat" beard, the kind Al Gore grew after he lost the 2000 presidential election and the one Conan O'Brien continues to sport after being ousted from "The Tonight Show."

A blog is important enough to have a staffer whose sole or most significant responsibility revolves around its maintenance. Just because a staffer in a separate position has the skills, knowledge or willingness to augment their work with additional blog oversight does not mean that they should.

2. We don't have a blog-first mentality.
The Crescent should be our spot to break news and provide real-time previews and post-event reviews. But the power of print is subverting the blog's potential. Students continue to hold content for the hard copy paper, seeing their role as weekly newshounds instead of real-time watchdogs. In this sense, writing for the Crescent is not perceived as a perfect avenue to report in the moment, engage readers or experiment. Instead, it is viewed as extra work, the type most staffers do not have the time or energy to take on.

3. We haven't integrated the blog into the paper.
In our early planning, we excitedly defined the Crescent as the last piece of our puzzle, the driving engine of a three-tiered presence that also includes our print edition and website. Instead, it's been the spare tire hidden in the trunk.

There is no real interplay between the blog and other parts of the Minaret. At editorial meetings, while brainstorming story ideas, we talk about news angles, sources, photos, editorial illustrations, information graphics, and full packaging options. The Crescent rarely, if ever, comes up.

Screen shot 2010-12-01 at 10.14.00 PM.pngWe randomly run a few Crescent headlines in RSS feed-fashion on the side of our home page, but otherwise the blog exists in no-man's land. It sports its own web address and masthead. At first glance, it is not immediately clear what the blog is, why it exists or who it belongs to.

4. We don't embrace the blog's multimedia potential.
The Crescent sports bare text and Flickr photos by the truckload. We are not running podcasts, audio slideshows, news videos, Dipity timelines or PDFs of campus security reports or student government budgets. At this point, we barely offer active links.

5. We haven't made the blog feel very inviting.
The design is what I've dubbed "minimalist bleak." The text is there, presented in the classic centerpiece one-column format, but it is tiny. The sparse whiteness of the page also appears just a bit too white, overwhelming the words and images embedded within it. We also don't tease out enough of each post to entice readers to click through. And the small photos running with the text are not grabbing anyone's attention.

6. We haven't made the blog interactive.
There is no dialogue with readers. We haven't solicited crazy Halloween stories, messy dorm room photos or #epicfailatUT tweets.

We have attempted to stir up interest in a poll question asked at the end of a big story in each week's print edition that students must travel to the blog to answer. Our enthusiasm has waned after realizing that not many people are answering. I recently responded to a question, selecting one of the three choices, and found each one had been chosen by 33.3 percent of respondents. It turned out only three of us had answered, each one giving a different response.

7. We aren't promoting the blog enough.
In an informal poll a few of my students and I conducted on campus, we came across only one student who even knew the Crescent existed. He had only been to the site once. When asked how he had heard about it, he giggled, replying, "Honestly, I don't remember."

We have not yet taken advantage of the massive power of social media to hype our efforts. Heck, we haven't even handed out flyers or papered dorm hallway walls with the web address. And while we drop in occasional quarter-page promos about it in our print edition, they don't sport an image, tagline or concept that in any way stands out from the bodybuilding and "quit smoking" ads running nearby.

8. We aren't running enough fresh content.
We never expected hourly updates, but we barely scrounge together three or four solid posts a week. They tend to go live at random and rarely relate to anything timely happening on campus or in the world. The bottom line: There is absolutely no reason for anyone to check out the blog on a regular basis or in the midst of breaking news.

9. We don't have a coherent voice.
This was a planning problem. We wanted a blog, plain and simple. But at the outset, we never really established why or what we wanted it to be. Is it meant for us to let our hair down and write without objectivity? Is it for us to tackle tougher issues and be more explicit? Is it to speak with sarcasm? Is it to drop the nonsense and literally be all-interactive, letting students write in and sound off? Is it to simply flesh out our print coverage? Answers still to come...

10. We don't offer a consistent editorial slate.
Our blog content is scattered. As recent headlines reveal, we jump randomly from "Gossip Girl Spoiler Chat" and "How Real Men Treat Women" to "American League Cy Young Predictions" and "Another Reason Canada Should Apologize to Justin Bieber."

The best blogs fill a niche, providing the most relevant and comprehensive information on a single slice of life, geographical area or area of interest. By contrast, our blog is a ditch- one in which we have been throwing unwanted or unneeded content, regardless of form, quality or relevancy to our readers.

Still Have Hope

On the bright side, the beauty of the web is that failure can often turn to success -- and you can watch it happen in real-time. I hope in the months to come the Crescent will become a central part of our web presence. The dream scenario is for the blog to be the students' home page, their first check in the morning, something for which they are excited to contribute, and something that fills their information niche.

But for now, as Usher once sang, this is my confession: Our student newspaper blog stinks.

Dan Reimold is an assistant professor of journalism at the University of Tampa. He writes and presents frequently on the campus press and maintains the daily blog College Media Matters, affiliated with the Associated Collegiate Press. His first book on a major modern college media trend, Sex and the University: Celebrity, Controversy, and a Student Journalism Revolution, was published this fall by Rutgers University Press.

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November 30 2010

20:30

November 26 2010

20:37

“Open Data: dati, conoscenza, valore” VI Conferenza Annuale del Consorzio TOP-IX e Turin Cloud Camp

Venerdì 3 dicembre, ore 9,30 – 17 “Open Data: dati, conoscenza valore”; Environment Park, via Livorno 58 – Torino

Giovedì 2 dicembre, ore 14 – 18 “Turin Cloud Camp”; Environment Park, via Livorno 58 – Torino

Open Data vuol dire dati disponibili, accessibili e riutilizzabili, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione.

La maggior parte di questi dati appartengono a tutti, sono prodotti da organismi pubblici, nell’espletamento delle loro funzioni – dal catasto alla sanità, dai dati ambientali a quelli sulla viabilità – e rappresentano un immenso patrimonio informativo, che grazie a Internet può essere facilmente condiviso.

Per comprendere il valore dei dati e della loro circolazione è sufficiente pensare a Google, che ha costruito la sua fortuna e il suo successo sulla raccolta e sulla riorganizzazione di dati e informazioni, da restituire in forma di servizio “open”, in rete.

Dopo aver contribuito, con Regione Piemonte, Centro Nexa e CSI Piemonte, alla nascita della web platform dati.piemonte.it, primo esempio italiano Open Government regionale, il Consorzio TOP-IX dedica agli Open Data la sua VI Conferenza annuale, dal titolo “Open Data: dati, conoscenza, valore”, venerdì 3 dicembre 2010.

La conferenza sarà preceduta, giovedì 2 dicembre 2010, dal primo Cloud Camp torinese, focalizzato sulla gestione di grandi quantità di dati all’interno di infrastrutture Cloud Computing.

Sono molteplici gli interrogativi e i temi che saranno affrontati nella ormai classica modalità del Barcamp, dove non è prevista un’agenda a priori, ma seguendo le indicazioni dei partecipanti vengono scelti e discussi i temi di maggiore interesse, in un’ottica di partecipazione e coinvolgimento.

Il Cloud Camp torinese – organizzato in collaborazione con la community internazionale CloudCamp – vedrà la partecipazione di Reuven Cohen, fondatore e CTO di Enomaly Toronto Inc. (leader nello sviluppo di prodotti informatici e soluzioni focalizzate sul Cloud Computing), nonché uno dei primi ideatori del Cloud Camp. Yosu Cadilla, facilitatore per gli eventi Cloud Camp sull’area europea, avrà il compito di guidare la platea di esperti attraverso la discussione e il confronto.

I partecipanti del Camp avranno inoltre la possibilità di seguire un Workshop dedicato agli Open Data in cui analizzare concretamente lo stato dell’arte del tema e presentare progetti e soluzioni. Il Workshop è stato pensato come ponte tra “unconference” e la conferenza istituzionale TOP-IX, che prevede una sessione dedicata al rapporto tra Open Data e Cloud Computing.

Venerdì 3 dicembre, la conferenza si snoderà attraverso quattro sezioni, che apriranno altrettanti focus sulle diverse declinazioni del tema Open Data. Nella prima sessione si guarderà alla situazione internazionale, con particolare attenzione all’Europa e alla soluzione adottata in UK, dove ci si è concentrati fin da subito sui Linked Open Data. Si proseguirà offrendo una panoramica sulla situazione italiana, dove il tema ha subito una forte accelerazione negli ultimi mesi, per soffermarsi sul caso Piemonte. Quindi verrà proposto il binomio Open Data e informazione, prima di presentare interessanti progetti legati alle possibilità di business offerte dal riutilizzo dei dati.

Info:

http://www.top-ix.org

http://conferenza.top-ix.org

http://conferenza.top-ix.org/cloudcamp

http://www.cloudcamp.org/turin

November 24 2010

10:47

We need standards, international standards

di Lorenzo Benussi, Federico Morando e Michele Barbera

“We need standards, international standards – Abbiamo bisogno di standard, standard internazionali. Così Tim Berners-Lee ha chiuso il suo intervento oggi all’Open Government Data Camp di Londra (http://opengovernmentdata.org/camp2010/). Standard per aprire i dati, standard per classificarli, standard per creare piattaforme che possano comunicare tra loro e che ci permettano di mettere in relazione le informazioni. Un messaggio chiaro lanciato del padre del WEB e, come qualcuno ha detto al Camp, padre un po’ di tutto il “popolo della Rete”.
Prima di lui il primo ministro Cameron, con un video messaggio, ha espresso chiaramente la sua determinazione nel realizzare il diritto ai dati. Complementare al diritto all’informazione, esso riguarda la libertà di vedere e soprattutto usare i dati pubblici per capire e gestire sempre meglio l’organizzazione pubblica; per dare la possibilità a chiunque di controllare e soprattutto di collaborare a trovare le soluzioni. In pratica, ha spiegato poi il Ministro Francis Maude – Minister for the Cabinet Office – nel suo discorso, il governo pubblicherà su Internet tutte le spese superiori ai 25K£ lanciando apertamente una sfida al mondo della rete perché trovi i problemi e proponga le soluzioni.

UK, Norvegia, Finlandia, Svezia, Francia, Germania, Italia, Messico, Cile, Lituania, Cina, Brasile, US sono solo alcuni dei paesi che erano rappresentati al OGDC. Paesi dove stanno nascendo progetti Open Data sia dai governi sia dalla società civile, dall’alto e dal basso. Un’onda che sta montando velocemente.

Tim Berners-Lee ha suggerito di fare un ulteriore passo avanti trasformando gli Open Data in Linked Open Data. Collegare tra loro i dati prodotti da diversi attori e descriverne la semantica utilizzando opportuni vocabolari, permetterebbe di confrontare e incrociare facilmente dati provenienti da diverse fonti, ad esempio le spese in ricerca in UK e in Cina o il costo del sistema sanitario nazionale in Italia e in Francia.
Berners-Lee ha tenuto a sottolineare come questo ulteriore passo possa essere compiuto contemporaneamente sia sul piano locale, sia su quello nazionale e internazionale, dall’alto e dal basso, nel settore pubblico e in quello privato. Creare una rete di Linked Open Data significa accrescere il valore dei dati calandoli in un contesto più ampio, significa poter realizzare applicazioni che utilizzino dati governativi incrociandoli con dati provenienti da ogni segmento della società civile, della comunità scientifica e del settore privato, dalla scuola, dalla cultura, dallo sport.

Una buona parte del dibattito tenutosi durante la due giorni londinese ha evidenziato come l’impatto degli Open Data non sia limitato a facilitare la trasparenza delle amministrazioni, ma sia in grado di creare un vero e proprio ecosistema capace di produrre valore. Ed è proprio su questo punto che, indipendentemente dall’orientamento politico, i governi di molti paesi hanno deciso di abbracciare la visione di “Open Data che, alla pari della rete elettrica e stradale, siano concepiti come un’infrastruttura pubblica, aperta e condivisa”.

Molto lavoro è stato già fatto e la comunità è aperta e pronta a ulteriori collaborazioni. Esistono definizioni e manuali sull’open data, classificazioni sulla qualità tecnica dei dati e linee guida per creare piattaforma di raccolta e distribuzione. Non è necessario pensare a qualcosa di totalmente nuovo, reinventare la ruota, basta partecipare a quanto sta avvenendo a livello internazionale, adottare gli standard e adattare i modelli alle peculiarità nazionali. Questo non significa appiattirsi sulle soluzioni altrui, ma seguire un approccio modulare ed aperto, sia al riuso delle soluzioni altrui che alla condivisione delle proprie. Col vantaggio che così facendo non si resta soli, ma si può contare su un supporto globale, costruendo sull’esperienza degli altri.

Questo vale anche in Italia dove, forse più che in altre paesi, è necessario essere lucidi, determinati e concreti. In questi ultimi mesi – e molto probabilmente con più forza l’anno prossimo – il modello open data è diventato finalmente un argomento importante. Gruppi e associazioni, PA e società civile hanno cominciato a lavorare per “liberare” i dati ma è necessario seguire la comunità internazionale che è molto avanzata non fosse altro per l’impegno che altri governi stanno spendendo su questo tema. Non facciamo l’errore di reinventare la ruota con il rischio che sia adatta solo alle nostre strade.”

Lorenzo Benussi, Consorzio TOP-IX (www.top-ix.org)
Federico Morando, NEXA Center for Internet & Society (http://nexa.polito.it/staff#morando)
Michele Barbera, Net7 (www.netseven.it)

November 22 2010

10:11

Open Gov in Italia: una questione culturale

E’ a tutti noto che il Codice dell’Amministrazione Digitale sia sostanzialmente una norma disapplicata: in altri termini, un’occasione persa. Tuttavia, va riconosciuto ai suoi redattori il merito di avere formulato importanti norme di principio, ancora oggi validissime malgrado le continue accelerazioni dell’evoluzione tecnologica.

Ora, potrà sembrare incredibile, ma in verità l’open government è già previsto e disciplinato tra le maglie del testo originario del CAD. E infatti, certamente la filosofia “open data” si fonda su un corollario già affermato in via di principio dal D.Lgs. n. 82/2005: l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte delle pubbliche amministrazioni nell’esercizio della propria attività amministrativa, “per la realizzazione degli obiettivi di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità, trasparenza, semplificazione e partecipazione” (art. 12, CAD).

Inoltre, non può esserci né “governo aperto” né “dato libero” se le amministrazioni pubbliche non fossero obbligate per legge ad assicurare “la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale(art. 2, CAD).

Non solo.

Per una effettiva politica “open government”, non è sufficiente che il dato pubblico sia reso disponibile in modalità digitale: è necessario che esso sia “grezzo”, ontologicamente “adatto” ad ulteriori utilizzi, anche nuovi e diversi da quelli che hanno originariamente condotto la pubblica amministrazione a produrlo (od a commissionarlo a terzi).

In quest’ottica, invero, così statuisce – in linea di principio, e forse non del tutto consapevolmente – il Codice dell’Amministrazione Digitale: “i dati delle pubbliche amministrazioni sono formati, raccolti, conservati, resi disponibili e accessibili con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che ne consentano la fruizione e riutilizzazione … da parte delle altre pubbliche amministrazioni e dai privati” (art. 50, CAD).

Tali riutilizzi, infine, dovranno essere gratuiti, e senza necessità di autenticazione informatica (art. 54 comma 3, CAD).

D’altro canto, non vi è alcun bisogno di dilungarsi sulla necessità di un’effettiva trasparenza e pubblicità dell’àgere pubblico, ai fini della realizzazione di un open government effettivo.

E anche per questa parte, come è noto, la trasparenza dell’attività amministrativa è principio già da tempo pacificamente riconosciuto dal nostro Ordinamento, ormai assurto a corollario del principio di buona amministrazione costituzionalmente garantito ex art. 97 Cost.: l’attività amministrativa … è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza, sostiene l’art. 1, comma 1, della fondamentale legge n. 241/90 sul processo amministrativo.

Di recente, peraltro, il Legislatore ha precisato che “la trasparenza e’ intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità. Essa costituisce livello essenziale delle prestazioni erogate dalle amministrazioni pubbliche ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione” (art. 11, D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150).

Anche la trasparenza come canone pubblicistico, dunque, esiste già nel nostro Ordinamento, ed informa compiutamente l’attività delle pubbliche amministrazioni.

Tuttavia, la strategia open gov – felicemente definita da Ernesto Belisario quale “nuovo paradigma democratico” – oggi ne richiede una significativa evoluzione, un vero e proprio rafforzamento.

D’altro canto, sullo sfondo del secolare diritto amministrativo, nato nel 1865, la trasparenza, e più in generale la disciplina del rapporto dialogico tra P.A. e cittadino, è una conquista giuridica di recentissima introduzione, essendo stata prevista solo venti anni fa dalle legge n. 241/90; inoltre, essa costituisce certamente uno dei gangli del diritto pubblico maggiormente soggetto all’evoluzione politica, sociale e tecnologica.

Dunque, non deve sorprendere se, a parere di chi scrive, è questo il più importante cambiamento – non normativo, ma politico – a cui deve aspirare il nostro Paese se vuole attuare una proficua strategia di Open Gov.

La trasparenza – senza necessità di modifiche legislative, né costituzionali – non deve essere più uno strumento finalizzato al controllo del procedimento amministrativo, ma un vero e proprio risultato dell’azione amministrativa; non più, dunque, solo un criterio informatore, ma un obiettivo di essa.

In altri termini, secondo la nuova, qui auspicata, declinazione del principio di trasparenza della P.A., gli esiti dell’attività amministrativa (il provvedimento definitivo, il servizio reso, la banca dati elaborata) non devono essere più solo l’anello finale di un procedimento amministrativo, ma devono diventare anche il nuovo punto di partenza di successivi ed autonomi percorsi virtuosi – poco importa se pubblici o privati – del tutto indipendenti dagli originari obiettivi pubblicistici dell’amministrazione procedente.

Esattamente come afferma il quinto criterio del Manifesto per l’Open Government, qui parafrasato: le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione di dati e informazioni grezze, lasciando all’iniziativa privata la loro rielaborazione, consultazione e fruizione.

Ed esattamente come è accaduto nell’esperienza statunitense, raccontata da Vivek Kundra, in una sua recente intervista riportata all’attenzione italiana da Guido Scorza: we’ve moved to a model of co-innovation - afferma Kundra - where the American people can help create value in a way that we’ve never been able to do before.

In definitiva, le norme legislative di riferimento e “copertura” ci sono e c’erano già ieri.

Adesso, mentre il Manifesto per l’Open Government attende gli ultimi emendamenti, inizia la vera sfida, quella culturale.

November 14 2010

10:41

Un piccolo promemoria

State seguendo @opengovitalia su Twitter? No? Peccato, intorno all’hashtag #opengovitalia ci sono già tanti messaggi interessanti.
Potete venirci a trovare anche su Facebook dove c’è una pagina dedicata alla discussione del Manifesto.

Noi stiamo facendo del nostro meglio per utilizzare entrambi questi strumenti per approfondire i punti del Manifesto e ricordarvi che, se volete, potete contribuire fino a domani a scrivere il documento.

Non rimane molto tempo, perciò non rimandate: venite ora su www.datagov.it :)

November 08 2010

09:03

Open Government: un nuovo paradigma democratico

Anche in Italia c’è molto interesse per le tematiche relative all’Open Government e i tanti riscontri che abbiamo avuto in questa prima settimana di “scrittura collaborativa” del Manifesto ne sono una prova.

Spesso, però, il termine Open Government suscita diffidenza: sarà l’inglese (con cui gli italiani non hanno molta dimestichezza), sarà la paura che si tratti solo di un’etichetta, di una moda passeggera destinata ad essere dimenticata tra pochi mesi.

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlarne dai Radicali Italiani e, in un breve intervento che riporto qui sotto, ho cercato di spiegare cosa si nasconde dietro questa espressione e perché – a mio avviso – non si tratta di una moda passeggera.

Voi cosa ne pensate?

Open Government: un nuovo paradigma from Ernesto Belisario on Vimeo.

November 07 2010

16:07

Open Knowledge, formati aperti e standard

La Legge 4/2004, al Comma 1 dell’Art. 1 (Obiettivi e finalità) recita “La Repubblica riconosce e tutela il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti di informazione e ai relativi servizi, ivi compresi quelli che si articolano attraverso gli strumenti informatici e telematici.”

La Pubblica Amministrazione produce milioni di “documenti digitali”, file di testo, fogli elettronici, basi di dati, file audio e video, presentazioni,… e con diversi scopi, ma in ogni caso ha la necessità che, indipendentemente dallo strumento hardware o software utilizzato, i documenti siano:

  • leggibili da tutti (cittadini, imprese, altre amministrazioni,…);
  • leggibili con qualunque strumento;
  • leggibili nel tempo;
  • conservabili nel tempo (come anche previsto dagli Artt. 43 e 44 del Codice dell’Amministrazione Digitale, capo VIII, Sezione 1, Art. 72).

Per poter garantire la fattibilità di quanto sopra espresso è necessario che i documenti e i formati dei dati rispondano ad alcune caratteristiche tecniche e in particolare che siano aperti.

La Commissione Europea ha definito gli standard aperti nel documento “European Interoperabilty Framework” richiedendo in particolare che abbiano alcune caratteristiche comuni:

  • gli standard essere adottati e manutenuti da un’organizzazione “no-profit”;
  • essi devono essere sviluppati utilizzando processi decisionali aperti e accessibili a tutte le parti interessate e le cui decisioni vengono prese per consenso o a maggioranza;
  • il documento di specifiche degli standard pubblicati deve essere disponibile gratuitamente o a un costo nominale, e deve essere possibile a chiunque copiarlo, riusarlo e distribuirlo liberamente senza costi o a costo nominale;
  • eventuali diritti di copyright, brevetti o marchi registrati sono irrevocabilmente disponibili senza alcun pagamento di licenze e/o diritti;
  • non ci devono essere vincoli sul riuso, alla modifica e all’estensione degli standard.

A queste caratteristiche la Commissione Europea aggiunge alcune raccomandazioni sulle garanzie che devono offrire i serivizi di eGovernment:

  • Accessibilità
  • Multilinguismo
  • Sicurezza
  • Privacy
  • Sussidiarietà
  • Uso di Open Standard
  • Valutare i benefici del software Open Source
  • Uso di soluzioni multilaterali

Per formato dati si intende lo schema con cui le informazioni vengono memorizzate su file, ovvero la modalità con cui i dati vengono rappresentati elettronicamente in modo che i programmi possano elaborarli. Spesso i formati dei file sono indicati tramite la loro estensione, il suffisso con cui termina il nome di un file. Esistono formati specifici per le immagini (per esempio GIF, JPG), per testi elaborati con programmi di video-scrittura (DOC, ODF, RTF) e per testi impaginati pronti alla stampa (PDF, PS).

Mentre per gli addetti ai lavori espressioni come “Il formato specifica la corrispondenza fra la rappresentazione binaria e i dati rappresentati” sono più che chiare, spesso quello che lasciano intendere è che il dato (digitale) e l’informazione siano sostanzialmente la stessa cosa. Al contrario, esattamente come accade per un testo in una lingua antica che per essere compreso deve essere decodificato, anche un documento in un formato digitale deve essere decodificato per poter essere fruito. Questa “decodifica” appunto richiede necessariamente la disponibilità di un meccanismo di decodificazione, senza il quale il dato elaborato con un determinato programma può essere fruito esclusivamente attraverso di esso.

Conoscere le specifiche di un formato, dunque, non è una curiosità tecnologica, ma è l’unico modo per potersi riservare, nel tempo, il diritto di poter fruire dei propri dati.

L’utilizzo di un “linguaggio” (formato) comune garantisce la possibilità di rendere interoperabili sistemi e applicazioni informatiche eterogenee, ed è un prerequisito per poter inviare e ricevere dati.

Pur non esistendo unanime consenso su cosa significhi standard aperto e su come questo debba essere definito, l’importanza di scegliere e adottare uno standard accessibile a tutti i portatori di interesse, siano essi Pubbliche Amministrazioni, cittadini od imprese, è fondamentale. La disponibilità delle specifiche di un determinato formato, e la possibilità di utilizzarlo legalmente per implementarlo, sono elementi necessari per assicurare la fruibilità nel tempo dei dati e l’interoperabilità, ovvero per consentire a sistemi tecnologici informatici di scambiarsi dati al fine di consentire la condivisione delle informazioni in essi rappresentati.

Gli standard aperti devono assicurare che banche dati e servizi informatici pubblici possano dialogare tra loro anche se implementati da produttori o enti diversi. Un vantaggio collaterale di non poco conto, sia che si stiano utilizzando soluzioni open o proprietarie, è che utilizzando formati aperti per memorizzare dati è possibile garantire l’intercambiabilità di tali sistemi, con evidenti benefici economici derivanti dalla possibilità di poter scegliere/cambiare un sistema attualmente in uso.

In questo modo si riduce il rischio di essere obbligati all’utilizzo di una tecnologia o dei servizi di un determinato fornitore poiché il costo di “uscita” da una soluzione non è condizionato da complesse o addirittura incerte operazioni di migrazione dei dati stessi, fermo restando l’onere comunque associato al supporto necessario per la migrazione e i costi interni quali ad esempio il tempo necessario per formare il personale all’utilizzo delle nuove tecnologie, il ridisegno dei processi e i costi di gestione.

In ultima analisi i formati open consentono di ridurre i rischi legati all’inevitabile obsolescenza tecnologica a cui in particolare il settore ICT è particolarmente soggetto.

In sintesi l’adozione dei formati dei dati e di standard aperti garantisce:

  • la disponibilità in termini di lettura e riscrittura dei documenti della Pubblica Amministrazione;
  • la massima interoperabilità tra i sistemi;
  • la libertà di scegliere la piattaforma, il sistema operativo e il produttore.

Dal momento che un obiettivo dei formati aperti è quello di garantire accesso a lungo termine ai dati senza barriere legali o tecniche, le Pubbliche Amministrazioni non possono che essere sempre più consapevoli della necessità di adottare i formati aperti come questioni che riguardano le politiche pubbliche.

La PA deve inoltre garantirsi e garantire ai propri utenti (cittadini, imprese, altre amministrazioni) la libera scelta e la possibilità di cambiare fornitore, creando una libera e aperta concorrenza tra i fornitori stessi.


14:59

Alcune cose che dovremo spiegare sull’Open Gov in Italia

Caro collega che lavori nella PA italiana,
forse ti stai chiedendo se ci sia veramente bisogno di un nuovo manifesto, o se non basterebbe invece applicare quella montagna di leggi e direttive che giacciono inerti e abbandonate sugli scaffali della PA.
Io credo che innanzitutto sia necessario condividere molte idee insieme a quelli come noi che operano nelle amministrazioni pubbliche, e poiché le norme abitualmente si subiscono, è forse più utile partire dalla convergenza su un pensiero attivo e positivo per inseguire l’obiettivo di un governo aperto sul serio.
Se si comprende un’idea e i valori che si porta dietro, è più facile individuare la strada per applicarla concretamente, a prescindere dagli aspetti propriamente legislativi. Serviranno anche quelli, certamente, ma il punto di partenza è legato alla visione che si ha del ruolo dell’amministrazione rispetto ai cittadini, alle imprese, alla rete.
Sì, la rete, o forse dovremmo scrivere “la Rete”, che non è solo connettività, bit, informazioni e servizi. La Rete con la R maiuscola è qualcosa che genera un valore che prima non c’era, abilitato dalle persone e soprattutto dalle applicazioni create dalle persone. Ma questa straordinaria opportunità ha bisogno di un terreno fertile che ancora in Italia non c’è.
Questa è la prima cosa che dovremo condividere, caro collega, quali sono le “sostanze indispensabili” affinché il nostro terreno sia fertile sul serio.
Quando rendiamo disponibili in formati accessibili informazioni e servizi su Internet, noi non facciamo che una parte del nostro dovere. E’ vero, lo ammetto, stiamo rispettando le indicazioni e i vincoli del CAD, della legge Stanca e dell’ultima direttiva sui siti web delle PA. E probabilmente molti cittadini già saranno soddisfatti così, e così pure gran parte dei burocrati che ci circondano.
Ma possiamo fare molto di meglio. Abbiamo la possibilità di introdurre la nostra piccola quota di fertilizzante nel suolo della rete, in attesa che un seme più intelligente di altri pianti le sue radici succhiando informazioni lasciate lì da noi. Come? ti chiederai. Trattando l’informazione come se fosse un’infrastruttura di base dell’economia immateriale (art 4 del manifesto).
E’ semplice e non è nemmeno troppo dispendioso, ma presuppone una consapevolezza che ancora è poco diffusa. Le questioni da comprendere sono fondamentalmente quattro: i formati, le licenze, l’aggiornamento e l’accesso.
Per fare un buon lavoro dovremo rendere disponibili i dati della nostra amministrazione usando dei formati aperti, adatti ad essere interpretati dal software e non solo dagli umani. Per fare un esempio, se pubblichiamo l’elenco delle aree Wi Fi pubbliche presenti nella nostra città, con la collocazione delle antenne sul territorio, non è sufficiente che presentiamo una bella immagine della mappa delle installazioni. Questa infatti sarà un’utile informazione per i turisti e per gli abitanti, ma non sarà riutilizzabile in alcun modo dal software. Ma se noi associassimo alla mappa  anche una banale tabella dove presentiamo gli stessi dati fornendo indirizzi o coordinate geografiche, usando un formato tipo CSV, quello che si esporta anche da un banale foglio di Excell, ecco che la nostra informazione diventerebbe terreno fertile. Un’impresa o un appassionato potrebbero raccogliere tutti i dati di questo tipo delle città italiane e costruire una mappa sempre aggiornata delle aree Wi Fi pubbliche del paese. O potrebbero connettere i dati sulla presenza di antenne radio con l’insorgenza di determinati disturbi nei residenti di una specifica area, sempre se l’azienda sanitaria locale rendesse disponibili questi dati.
Si comprende subito come l’aggiornamento periodico di queste informazioni rappresenti uno degli elementi chiave insieme alla facile accessibilità attraverso la rete. Sarebbe sufficiente creare uno specifico spazio web dove raccogliere tutti i dati “liberati” della nostra amministrazione e attendere che qualche seme vada ad attecchire.
Manca ancora un elemento però, ma è fondamentale. Di chi sono i dati che andremo a rendere disponibili? Come fanno un cittadino, un’impresa, un’associazione a sapere che li possono usare liberamente? Dovremo accompagnare questi dati con una licenza che ne consenta l’utilizzo nel totale rispetto della legge. E’ facile, è un problema che a livello internazionale è già stato affrontato con successo ed ora ci sono anche delle formule italiane semplici e praticabili, come la Italian Open Data License v1.0. (Per un approfondimento sulle licenze vedi il post di Ernesto Belisario) Non resta quindi che scrivere chiaramente quale licenza utilizziamo.
Abbiamo parlato in precedenza di economia immateriale della rete, ovvero possiamo ipotizzare che oltre a generare valore pubblico qualcuno ci potrebbe pure far soldi. Sarebbe un problema? Francamente credo proprio di no. Se i dati pubblici  sono in rete e qualcuno li usa intelligentemente per estrarvi qualcosa di utile, ben venga, saranno il mercato e soprattutto le persone a decidere se vale la pena di  spendere o meno per quel prodotto (art 5).
A questo punto ti starai chiedendo dove sta il trucco, se tutto è così semplice allora perché non lo abbiamo già fatto. Ecco, la risposta è semplice, dobbiamo ancora metabolizzare il concetto che sta alla base di tutto questo agire concretamente: occorre un nuovo modello di trasparenza (art 3). Oggi quello che ci dicono le norme è: “devi rendere trasparente tutto quello che è elencato di seguito”. È un elenco lungo, con le ultime disposizioni le cose sono tante, è vero, ma ciò di cui stiamo parlando è completamente diverso. L’idea che propone il manifesto potrebbe essere riassunta così: “rendi trasparente tutto quello che non è espressamente proibito dalla legge nell’intento di tutelare della privacy dei cittadini, e usa tutte le risorse a tua disposizione per informarli e coinvolgerli perché l’intelligenza collettiva può regalarti grandi risultati” (art  6 e 7).
Attento però, caro collega, se senti di condividere alcune di queste idee, sappi che potrebbe venirti in mente di maneggiare anche materiale che qualcuno considera invece scomodo o non adatto. Non tu, ovviamente, ma tanti amministratori e burocrati che ritengono sia meglio che certe cose “non si sappiano troppo in dettaglio”: i dati ambientali, l’inquinamento, il rumore, le spese, gli investimenti e così via. Continueranno quindi a chiederti di pubblicare sul web brillanti report e comunicati stampa, corposi PDF da scaricare pensando che il frutto delle loro accurate elaborazioni sia in grado di soddisfare il requisito della trasparenza.
Beh, oggi non è più così, e noi tutti stiamo qui condividendo l’idea che in questa rete sempre più popolata di applicazioni accoglieremo con piacere i frutti dell’intelligenza collettiva se saranno in grado di semplificarci la vita e ci faranno incidere meglio sulla società che abitiamo.

Claudio Forghieri

November 06 2010

18:35

Promuovere l’accesso alla Rete: Internet come strumento abilitante alla partecipazione

Non servono lunghi discorsi o complessi approfondimenti per illustrare l’ottavo articolo del Manifesto per l’Open Government: Promuovere l’accesso alla Rete.

La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla Rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo è dovere dello Stato consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d’uso.

Si potrebbero citare i numerosi studi che dimostrano come la diffusione della banda larga porti benefici economici e sociali sul territorio. Si potrebbe evidenziare come quattro cittadini su cinque, secondo un recente studio della BBC World Service, hanno dichiarato di ritenere l’accesso ad Internet un “diritto fondamentale”. Si potrebbe ricordare come l’Unione Europea si stia muovendo perché lo diventi davvero e – finalmente – per tutelarne lo spazio. Si potrebbe far notare che Paesi come la Finlandia (diffusione della banda larga: 96% della popolazione) lo hanno già fatto, dichiarandolo servizio universale ed operando affinché entro il 2012 tutti i cittadini abbiano un accesso a 2Mbps, per arrivare ai 100Mbps entro il 2015. Si potrebbe guardare a tutto quello che succede oltre l’orto di casa nostra insomma, per rendersi conto di come in tutto il mondo il tema dell’accesso sia considerato una priorità.

Eppure non è necessario. Per comprendere perché sia importante l’accesso alla Rete basta un semplice, semplicissimo ragionamento: Internet è uno strumento fondamentale di conoscenza. La conoscenza (dei fatti, dei diritti, dei doveri, delle informazioni) è un principio fondamentale di libertà. Internet, quindi, è uno strumento di libertà. E non serve Aristotele per definire tanto vero quanto valido questo sillogismo.

Ma internet non è solo strumento di libertà: nei processi democratici diventa anche e soprattutto strumento di partecipazione. Uno strumento come mai l’uomo ne ha avuti a disposizione. Uno strumento che consente ad ogni cittadino di partecipare davvero dei processi decisionali delle cose della cosa pubblica che lo vedono soggetto attivo e – con le reti – possono vederlo protagonista. Reale attore e non più mero delegante. Senza la Rete non può esserci quell’interazione attiva e positiva che rappresenta la base della partecipazione, connotante dei processi di Open Government.

Per questi motivi lo Stato deve farsi garante della possibilità – per tutti i cittadini – di accedere ad Internet. Per questo motivo è indispensabile promuovere lo sviluppo delle infrastrutture così che anche nelle zone più disagiate – che sono spesso proprio quelle nelle quali il ruolo di Internet potrebbe essere determinante – sia possibile accedervi con condizioni sufficientemente buone da sfruttarne i servizi.

In Italia sono oltre tredici milioni le persone che non possono avere accesso alla rete in banda larga. Una sacca di Digital Divide inaccettabile in un Paese come il nostro, che diviene tanto più allarmante quanto più ci si rende conto del fatto che le Istituzioni non solo non sono attive per risolvere il problema, ma spesso non ne comprendono nemmeno appieno le conseguenze e le ripercussioni sullo sviluppo e sul benessere dei cittadini.

E non basta. Il Digital Divide non è soltanto tecnologico, ma anche e soprattutto culturale. Ed è il Digital Divide culturale  a rappresentare il problema più grande per il futuro del nostro Paese. Per promuovere la cultura d’uso dei nuovi contesti mediali non basta insegnare ad usare il PC. È necessario insegnare i linguaggi della Rete, illustrarne le dinamiche, evidenziarne le specificità. Altrimenti si corre il rischio – tanto per fare un esempio – di confondere il fatto di essere su Facebook con il saper comprendere le logiche dei social network. È un tema, questo, di fondamentale importanza, in un contesto in cui i nostri governanti troppo spesso ritengono che il problema dell’alfabetizzazione alle tecnologie verrà risolto semplicemente con l’avvento dei nativi digitali. In realtà oggi è indispensabile acquisire le competenze ed i saperi necessari per leggere, interpretare, decifrare e codificare correttamente i messaggi nel nuovo contesto mediale. È necessaria una nuova alfabetizzazione ai media. Un’alfabetizzazione importante tanto quanto quella tradizionale. Indispensabile per non correre il rischio di ritrovarci con figli analfabeti in un mondo digitale.

November 05 2010

23:00

Open data: un sogno che (altrove) è già realtà.

Vivek Kundra, U.S. Chief information officer in un’intervista di qualche ora fa al New York times racconta come il sogno dell’open data negli Stati Uniti d’america è diventato realtà in poco più di un anno e quanto la realizzazione di questo sogno stia oggi modificando il rapporto tra l’amministrazione ed i cittadini che si ritrovano, forse per la prima volta, a cooperare davvero per un Paese migliore.

Numeri ed  esempi utilizzati da Kundra a conferma della bontà dell’iniziativa data.gov sono straordinariamente significativi di quanto vada di corsa nell’innescare inimmaginabili dinamiche virtuose la filosofia dell’open data: quando nel maggio del 2009 venne lanciato il sito data.gov – spiega Kundra – c’erano appena 47 data sets disponibili mentre oggi ce ne sono 247 mila.

Con la base dati delle campagne di richiamo per prodotti difettosi in corso – racconta Kundra – un consumatore ha sviluppato un’applicazione per iphone che consente di scattare la foto ad un prodotto e sapere, in tempo reale, se e quali campagne di richiamo sono in corso in relazione a quel prodotto.

Ma ancora più interessante è la “risposta” dell’amministrazione all’iniziativa del consumatore: l’amministrazione USA, infatti, ha utilizzato l’app per ihone sviluppata dal cittadino per realizzarne un’analoga versione per la piattaforma android che ha poi reso disponibile a tutti i cittadini.

A fronte di un investimento marginale, un data set, sin qui assai poco utile ha prodotto straordinari vantaggi per tutti.

Nessuno, tuttavia, può raccontare Kundra meglio e con più entusiasmo di Kundra e, quindi, ecco qui di seguito uno stralcio della sua intervista al New York times:

What are you doing with data.gov?

Well, when we started the site in May of 2009, we had 47 data sets available to the public. Today we have 274,000 data sets available. We’re promoting transparency across all facets of government, and making data available is the first step. We’re adding hundreds of interesting data points from agencies and on every aspect of government — from health care to education to product safety and defense.

And what are people doing with these data sets?

We’ve seen some amazing apps from these data sets. One person, for example, created an iPhone app, CPSC Recalls, which stands for the Consumer Product Safety Commission. This app compiles all the product recalls in the United States, and then a citizen can use the camera on their mobile phone to scan a product in a store and see if it’s had any recalls or alerts.


It seems that government and citizens are working together with these data sets?

Absolutely. We’ve moved to a model of co-innovation, where the American people can help create value in a way that we’ve never been able to do before. The recalls app was originally created by a random developer and then we, the government, created a newer version of the app and released it for the Android platform.

Have you had push-back with the amount of data available online?

Well, it’s been very successful so far. There’s a few different lenses to this. There’s using data for accountability to make sure money is being distributed appropriately. Then there’s the data that can be used to help Americans make the right choices whether it’s around health care or transportation. And the third is to create a platform for innovation, in the context of the economy, like creating new economic opportunities.

How do you ensure that the data is secure?

Before each data set is added to data.gov, the respective agencies go through it to make sure there isn’t any personal information. After a thorough scrub, it’s put through de-identification software to make sure there isn’t any private information or information that affects national security.


That sounds like an episode of C.S.I.

The data.gov platform is huge and very important. We have to ensure that we protect people’s privacy, and I’ve worked very closely with the privacy folks, including the A.C.L.U., to ensure this.


Do you use social networks within government?

In the White House, we’ve been using the social tools available today. For example, we rolled out the 2011 budget through Facebook. That helped us leverage an existing network of millions of people without having to build our own infrastructure. We don’t have to spend billions of dollars developing these systems, which would take years; instead we can just put it on Facebook.

Il resto dell’intervista la trovate qui.

Proviamo anche noi a smettere di sognare ed iniziare a realizzare questo sogno possibile?

Tags: blog
14:40

Usare il Web nella gestione delle emergenze

Pordenone, la città dove vivo, è andata sott’acqua nei giorni scorsi. Molto meno di Vicenza, un po’ di più di Milano. Fatto sta che tra il pomeriggio di lunedì 1° novembre e la sera di martedì 2 novembre abbiamo passato qualche ora movimentata da queste parti. Non entro nella cronaca locale, che è poi quella classica dell’esondazione di un fiume cittadino. Salto direttamente alle conclusioni: nei momenti critici dell’emergenza – iniziata naturalmente durante un ponte festivo, con gli uffici deputati alla comunicazione chiusi – nessuna istituzione del terrorio ha saputo utilizzare con tempestività e profitto il canale internet. I primi flussi organizzati sono partiti nella tarda mattinata del 2 novembre, in un lento crescendo di consapevolezza riguardo alle potenzialità del canale. Sono stati tutti eccezionali nel rimboccarsi le maniche e darsi da fare per limitare i danni, questo sì, ma quanto a comunicazione diretta e disintermediata poteva andare molto meglio.

A Padova il sindaco <a href=”http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2010-11-02/sindaco-padova-manda- aggiornamenti-140934.shtml?uuid=AY1emUgC”>faceva il livestreaming</a> sul suo profilo in Facebook? Da noi, nelle stesse ore, si passava per i quartieri con il megafono e si aspettava il telegiornale della sera della influente tv locale per fare un punto di fronte ai cittadini. Del resto comunicare sarebbe compito dei giornalisti, i quali però – con l’eccezione di cui sopra – non avevano tempo per informare subito, dovendosi concentrare sugli articoli che sarebbero usciti il giorno dopo. Poi dici che l’informazione è in crisi: l’informazione, semplicemente, il più delle volte non è lì dove serve, quando serve. A dirla tutta – e questo dal mio punto di vista è ben più allarmante del comprensibile fiato corto delle amministrazioni locali – nemmeno i cittadini hanno brillato per iniziativa: il quadro che emergeva da Facebook, da Twitter e dagli altri social network in quelle ore era sommario, emotivo, di terza mano. Pochissimi fornivano il loro contenuto micro (dove mi trovo, che cosa vedo dalla finestra), quasi tutti commentavano lo scenario macro (signora mia, ha visto che roba?!).

L’unico guizzo pienamente contemporaneo in questa tabula ancora rasa della cittadinanza digitale è stata la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia, gliene sia dato merito. Piccole cose, eh: come condividere in modo trasparente, sollecito e non mediato <a href=”http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/default.aspx/AlertPage.aspx“>i rapporti sugli stati di allerta</a> o riportare le situazioni di crisi e di rischio <a href=”http://http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/default.aspx/AlertMap.aspx“>sulla mappa</a>. Tutto materiale comunque pubblico e disponibile, che non c’era più alcun motivo perché non fosse anche liberamente accessibile. Ciliegina sulla torta, la centrale di prevenzione regionale ha pubblicato in tempo quasi reale le rilevazioni orarie dell’altezza del fiume cittadino in corrispondenza del ponte più conosciuto della città, <a href=”http://www.protezionecivile.fvg.it/ProtCiv/Default.aspx/Cae/CaeSensLastData.aspx? NumSens=12545″>disegnando l’onda di piena su un grafico</a> e mettendo il tutto a disposizione di chiunque fosse interessato. Così tu, cittadino, potevi prendere il dato aggiornato, fare due conti sulla tendenza, confrontare le misure <a href=”http://www.gommonautipordenonesi.it/alluvione2002“>con alcuni primati storici</a> e andare a letto più o meno rasserenato a seconda dei casi. Non basta, aiuta. Stimola a metterci del proprio. A farsi non più solo destinatari, ma anche interpreti. Una via differente, più moderna e partecipata, per formare cittadini consapevoli ed esposti alla complessità del territorio in cui vivono. Oggi magari nelle emergenze, domani anche nella vita di tutti i giorni.

08:00

Open Government: una innovazione culturale

In questo periodo storico assistiamo, quasi inconsapevolmente, ad una rivoluzione culturale negli usi e costumi del sistema di comunicare che va al di là dei termini ormai noti, e per certi aspetti anche fuorvianti, che riconducono a web 2.0, Rete, Social network, social media e altri ancora.

la rivoluzione non consiste solo nell’uso quotidiano che milioni di persone nel mondo fanno di questi strumenti ma nel fatto che per la prima volta nell’era contemporanea questi strumenti sono acquisiti dai figli prima che dai genitori, dai cittadini prima che dai dipendenti, dalla sfera privata prima di quella aziendale.

per una volta i lavoratori pubblici hanno delle conoscenze e delle competenze, che pur non essendo forse consapevoli di averle, possono essere fondamentali nel contribuire a cambiare l’approccio da e verso la PA, tra utenti e collaboratori delle pubbliche amministrazioni.

l’innovazione del manifesto per l’open government, non significa quindi solo fissare dei meri parametri informatici su cui mettere ordine ai dati pubblici. e già sarebbe una cosa importante di per se per altro, ma guardare ben oltre al miglior consumo delle macchine, significa dunque aprirsi ad una nuova cultura nel rapporto tra chi fornisce le informazioni pubbliche e chi ha la necessità di riceverle.

Il lavoro di fornitura delle informazioni dovrebbe essere sempre visto, in metafora, come una figura formata da due piramidi a contatto di vertice.
Da una parte infatti i grandi sforzi intellettuali, tecnologici e logistici devono convergere a mettere a disposizione un prodotto informativo che contenga i valori preventivati e ricercati, presentandosi al contempo nel miglior modo, in relazione alle caratteristiche del potenziale pubblico. Ed in parte un grande impegno deve essere speso per interessare ed agevolare al massimo il pubblico, affinché il beneficio delle informazioni sia totale e non si scontri con sacrifici fastidiosi, inutili e quasi sempre evitabili.
Solamente in questo modo, con la più grande attenzione a questi due aspetti distinti ma collegati, il punto focale di contatto, cioé l’informazione stessa ,fra le nostre immaginarie piramidi, la pubblica amministrazione e l’utenza, può davvero ritenersi organizzato in maniera completa e soddisfacente.

Un esempio, forse banale, mi sovviene quando penso a quante volte nella mia vita professionale mi sono trovato a gestire le informazioni relative a spettacoli ed eventi culturali gestiti da Enti e Fondazioni pubbliche. Prendiamo il caso particolare di una esposizione temporanea. Ciò dà l’occasione per fare un piccolo esempio del concetto generale: ogni oggetto od opera d’arte esposta ha alle spalle una storia, legata alla manifestazione, fatta di viaggio, imballaggi, assicurazioni, dogane, foto, catalogazioni, depositi, denaro ed altro ancora, sia essa una piccola ciotola di terracotta che un grande dipinto. Chi ha a che fare con questi problemi conosce bene la pazienza, la dedizione e l’impegno necessari a far si che tutto funzioni per il meglio.
A loro dunque si chiede di pensare per un momento alle persone che potranno essere in fila davanti alle opere ed alla fatica che spesso avranno dovuto fare per avere le informazioni necessarie per poterci essere: ognuna di loro, e qualche volta sono milioni, ha la sua piccola storia fatta di ferie, viaggi, tempi, prenotazioni, bambini da sistemare, alberghi, soldi, ed altro.

Nella convergenza  fisica (e mentale) verso uno stesso punto non c’é allora questa grande differenza di problemi! e non ci dovrebbe essere uno scontro ideologico o di parte ma condivisione di quello che può servire per mettere a posto ciò che non funzina

E’ necessario quindi abituarsi a trattare  i due aspetti con la stessa attenzione, anche perché il fine ultimo della Pubblica Amministrazione va più in là dell’incontro con il pubblico. Dare all’utente un buon ricordo generale dei servizi offerti é infatti il terreno più fertile per ricominciare a vendere nella Pubblica amministrazione una struttura in grado di offrire un servizio nel migliore dei modi. Ciò per rafforzare un rapporto che sul piano generale, in Italia, non é ancora sviluppato come sperabile.

per questo è necessario comprendere che oggi chi opera nella PA ha una abituale predisposizione nel trovare in rete le informazioni di cui ha bisogno nella sua sfera privata, e quindi predisporre gli strumenti per consentire loro di rendersi partecipi alla messa a disposizione dei dati di cui è responsabile può contribuire in modo determinante al miglioramento della PA ed in ultima analisi del paese

Tags: blog cultura
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