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November 30 2010

20:30

November 22 2010

10:11

Open Gov in Italia: una questione culturale

E’ a tutti noto che il Codice dell’Amministrazione Digitale sia sostanzialmente una norma disapplicata: in altri termini, un’occasione persa. Tuttavia, va riconosciuto ai suoi redattori il merito di avere formulato importanti norme di principio, ancora oggi validissime malgrado le continue accelerazioni dell’evoluzione tecnologica.

Ora, potrà sembrare incredibile, ma in verità l’open government è già previsto e disciplinato tra le maglie del testo originario del CAD. E infatti, certamente la filosofia “open data” si fonda su un corollario già affermato in via di principio dal D.Lgs. n. 82/2005: l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte delle pubbliche amministrazioni nell’esercizio della propria attività amministrativa, “per la realizzazione degli obiettivi di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità, trasparenza, semplificazione e partecipazione” (art. 12, CAD).

Inoltre, non può esserci né “governo aperto” né “dato libero” se le amministrazioni pubbliche non fossero obbligate per legge ad assicurare “la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale(art. 2, CAD).

Non solo.

Per una effettiva politica “open government”, non è sufficiente che il dato pubblico sia reso disponibile in modalità digitale: è necessario che esso sia “grezzo”, ontologicamente “adatto” ad ulteriori utilizzi, anche nuovi e diversi da quelli che hanno originariamente condotto la pubblica amministrazione a produrlo (od a commissionarlo a terzi).

In quest’ottica, invero, così statuisce – in linea di principio, e forse non del tutto consapevolmente – il Codice dell’Amministrazione Digitale: “i dati delle pubbliche amministrazioni sono formati, raccolti, conservati, resi disponibili e accessibili con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che ne consentano la fruizione e riutilizzazione … da parte delle altre pubbliche amministrazioni e dai privati” (art. 50, CAD).

Tali riutilizzi, infine, dovranno essere gratuiti, e senza necessità di autenticazione informatica (art. 54 comma 3, CAD).

D’altro canto, non vi è alcun bisogno di dilungarsi sulla necessità di un’effettiva trasparenza e pubblicità dell’àgere pubblico, ai fini della realizzazione di un open government effettivo.

E anche per questa parte, come è noto, la trasparenza dell’attività amministrativa è principio già da tempo pacificamente riconosciuto dal nostro Ordinamento, ormai assurto a corollario del principio di buona amministrazione costituzionalmente garantito ex art. 97 Cost.: l’attività amministrativa … è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza, sostiene l’art. 1, comma 1, della fondamentale legge n. 241/90 sul processo amministrativo.

Di recente, peraltro, il Legislatore ha precisato che “la trasparenza e’ intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità. Essa costituisce livello essenziale delle prestazioni erogate dalle amministrazioni pubbliche ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione” (art. 11, D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150).

Anche la trasparenza come canone pubblicistico, dunque, esiste già nel nostro Ordinamento, ed informa compiutamente l’attività delle pubbliche amministrazioni.

Tuttavia, la strategia open gov – felicemente definita da Ernesto Belisario quale “nuovo paradigma democratico” – oggi ne richiede una significativa evoluzione, un vero e proprio rafforzamento.

D’altro canto, sullo sfondo del secolare diritto amministrativo, nato nel 1865, la trasparenza, e più in generale la disciplina del rapporto dialogico tra P.A. e cittadino, è una conquista giuridica di recentissima introduzione, essendo stata prevista solo venti anni fa dalle legge n. 241/90; inoltre, essa costituisce certamente uno dei gangli del diritto pubblico maggiormente soggetto all’evoluzione politica, sociale e tecnologica.

Dunque, non deve sorprendere se, a parere di chi scrive, è questo il più importante cambiamento – non normativo, ma politico – a cui deve aspirare il nostro Paese se vuole attuare una proficua strategia di Open Gov.

La trasparenza – senza necessità di modifiche legislative, né costituzionali – non deve essere più uno strumento finalizzato al controllo del procedimento amministrativo, ma un vero e proprio risultato dell’azione amministrativa; non più, dunque, solo un criterio informatore, ma un obiettivo di essa.

In altri termini, secondo la nuova, qui auspicata, declinazione del principio di trasparenza della P.A., gli esiti dell’attività amministrativa (il provvedimento definitivo, il servizio reso, la banca dati elaborata) non devono essere più solo l’anello finale di un procedimento amministrativo, ma devono diventare anche il nuovo punto di partenza di successivi ed autonomi percorsi virtuosi – poco importa se pubblici o privati – del tutto indipendenti dagli originari obiettivi pubblicistici dell’amministrazione procedente.

Esattamente come afferma il quinto criterio del Manifesto per l’Open Government, qui parafrasato: le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione di dati e informazioni grezze, lasciando all’iniziativa privata la loro rielaborazione, consultazione e fruizione.

Ed esattamente come è accaduto nell’esperienza statunitense, raccontata da Vivek Kundra, in una sua recente intervista riportata all’attenzione italiana da Guido Scorza: we’ve moved to a model of co-innovation - afferma Kundra - where the American people can help create value in a way that we’ve never been able to do before.

In definitiva, le norme legislative di riferimento e “copertura” ci sono e c’erano già ieri.

Adesso, mentre il Manifesto per l’Open Government attende gli ultimi emendamenti, inizia la vera sfida, quella culturale.

November 03 2010

17:38

Un anomalia tutta italiana

Il percorso avviato con la pubblicazione del Manifesto per l’Open Government intende avvalersi del contributo, dei suggerimenti, delle competenze di tutti coloro che ne condividono gli obiettivi.

E’ evidente che il percorso che abbiamo individuato è conseguente di un’anomalia tutta italiana. Negli altri paesi le proposte di open government nascono su iniziativa governativa come logica conseguenza di una cultura di governo basata su principi quali la trasparenza e la partecipazione. Da noi non è così ma questo non significa necessariamente dover rimanere al palo. Evitando, infatti, letture semplicistiche che rischiano di cadere nel qualunquismo siamo convinti che si debba ripartire dalla vitalità espressa in molti nostri territori e dalle esperienze di buon governo che spesso sono state alla base dell’avvio di importanti processi innovativi. Basta pensare alla recente storia dello sviluppo della telematica pubblica che nasce grazie alla spinta dal basso di decine e decine di rete civiche nate spontaneamente.

Una situazione molto simile a quella attuale in cui al deficit di innovazione del paese si contrappone una moltitudine sensibile e impegnata disponibile a metterci del proprio per ridare un futuro a questo paese.

L’ambizione di questa iniziativa è, dunque, di contribuire a fare sistema di tutte queste energie così da creare la necessaria massa
critica per essere incisivi, individuando un tema federatore comune e un percorso condiviso.

Un percorso, caratterizzato da due tappe principali:

  1. L’elaborazione del Manifesto. Proposto in rete da poche ore ci proponiamo di raccogliere osservazioni, idee e suggerimenti per arrivare ad una versione ampiamente condivisa. Questa fase durerà fino al 15 novembre così da raccogliere tutti i materiali necessari per arrivare alla prima versione del Manifesto il 30 novembre. In questa fase non chiediamo adesioni ma idee e suggerimenti per emendare il Manifesto e dichiarazioni di interesse (sotto forma di endorsment) nei confronti dell’iniziativa
  2. La promozione del Manifesto. Durerà per i prossimi dodici mesi e prevede forme inusuali di partecipazione. E’ in questa fase che chiederemo impegni concreti e adesioni per fare in modo che il Manifesto e i principi che lo compongono diventino un progetto politico condiviso. Per ora non possiamo anticipare di più. Ma vale la pena rimanere sintonizzati.

March 31 2010

11:00

3 principles for reporters and bloggers in a networked era

@dinarickman to verify & contextualise what's online, digitise & make findable what's not, to empower communities & make connections between

Dina Rickman posed a question to me this week about the role of a reporter in our current networked age. I thought I’d expand on my response, shown above. Depending on your point of view, this is either a draft manifesto for networked journalists and bloggers – or a set of gaps in the market; new scarcities in an age of abundance. Here they are:

1. To verify & contextualise what’s online

  • Because finding things to publish isn’t difficult – for anyone.
  • Because the voices that stand out online are those that dig behind the statistics, or give meaning behind the headlines.
  • Because curating context is as important as curating content.

2. To digitise what’s not online & make it findable

  • Because in a networked world, information that’s not online is, to all intents and purposes, for most people hidden.
  • Because journalists have always sought to bring hidden information to a wider audience – but in the networked era that’s no longer a one-way process. SEO, tagging, linking and social media marketing are just as important as publishing.
  • Because online, information has a life of its own: adaptable, aggregatable, mashable.

3. To empower communities & make connections between

  • Because the web is a tool as much as a channel.
  • Because journalists have always been generalists whose strength is in making connections between diverse areas – in the networked era that role is reinvented as a connector.
  • Because serving communities sometimes means looking out as much as looking in.

Any more?

There may be other principles you can add (I hesitate to add ‘telling stories in new ways’, but perhaps it should be there), or other reasons. Please let me know what you think they are, and I’ll update the post accordingly.

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