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May 11 2011

06:42

Come si fa Open Data ver. 2.0

E’ on line la seconda versione della Guida “Come si fa Open Data”, presentata ufficialmente ieri, durante il ForumPA.

Come Si Fa Opendata Ver 2

May 02 2011

09:00

A ForumPA 2011 parliamo di come si fa Open Data

L’Open Data è il tema del momento: anche in Italia sono sempre più coloro che auspicano la “liberazione” dei dati pubblici in modo da accrescere l’efficienza e la trasparenza della PA, migliorare la qualità della vita dei cittadini e fornire alle imprese nuove opportunità di business.
Anche le Amministrazioni, sia pur timidamente, iniziano a pensare di adottare politiche di Open Data; molto spesso tali azioni sono frenate dai timori e dalle incertezze legate alle tante dimensioni del fenomeno: giuridica, tecnica, organizzativa.

Associazione Italiana per l'Open Government a FORUMPA2011

Proprio per superare tali difficoltà e consentire al maggior numero possibile di Enti di fare realmente Open Data, l’Associazione Italiana per l’Open Government ha organizzato un evento dedicato all’Open Data che si terrà nell’ambito di ForumPA 2011, la più importante manifestazione dedicata all’Amministrazione italiana.

Open Data: dalle parole ai fatti è un innovativo workshop che si terrà martedì 10 maggio 2011 dalle 15 alle 17,30 presso la Nuova Fiera di Roma.

L’evento, strutturato secondo la formula del talk show, ha l’obiettivo di spiegare alle amministrazioni “come” si può fare Open Data.
Verranno esaminati i profili strategici (importanza per cittadini e imprese), giuridici (trasparenza, licenze e privacy), tecnici (formati, cataloghi), organizzativi (performance, monitoraggio, resistenze interne ed esterne).

Tra i relatori che hanno già confermato la loro adesione:
- Claudio Forghieri (Resp Rete Civica Mo-Net – Comune di Modena)
- Flavia Marzano (Università la Sapienza, – Associazione Italiana per l’Open Government)
- Ernesto Belisario (Studio Legale Belisario, – Associazione Italiana per l’Open Government)
- Salvatore Marras (Responsabile Knowledge Management Formez PA, – Associazione Italiana per l’Open Government)
- Gianluigi Cogo (Responsabile della Community Network Regione Veneto, – Associazione Italiana per l’Open Government)
- Stefano Epifani (Università la Sapienza, – Associazione Italiana per l’Open Government)
- Roberto Moriondo (Direttore Innovazione, ricerca ed università – Regione Piemonte)
- Guido Scorza (Studio SR&Partners, – Associazione Italiana per l’Open Government)
- Gianni Dominici (Direttore Generale – FORUM PA)

Ai partecipanti verrà distribuita la versione aggiornata della pubblicazione “Come si fa Open Data? Istruzioni per l’uso per Enti e Amministrazioni”.
L’evento sarà anche l’occasione per presentare le future iniziative dell’Associazione per la liberazione dei dati pubblici e il loro riutilizzo.

Dal momento che i posti in sala sono limitati, è consigliabile registrarsi gratuitamente qui: http://profilo.forumpa.it/forumpanet/m.php?a=event&action=reg&id=6948

Chi non potrà essere presente potrà seguire l’evento sui social media, utilizzando gli hashtag #forumpa e #fpa_data.

April 04 2011

10:29

Widget data

di Vincenzo Patruno

Prima di cominciare, volevo invitarvi a fare questa semplice prova:

  • Aprite sul vostro computer un editor di testi (es. Wordpad su Windows, gEdit o kEdit su Linux)
  • Copiate/Incollate il seguente ‚ “embed code”

<script type=”text/javascript” src=”http://www.vincenzopatruno.org/dir/net_migration.js”></script>

  • Salvate il vostro file sul desktop con estensione .html (es. test.html)
  • Sul desktop troverete l’icona del vostro file. Fate doppio click in modo da aprire il documento con il vostro Browser predefinito.
  • Buon divertimento!

E’ da diverso tempo che grazie ad Internet, gli Enti e le Organizzazioni che producono dati hanno semplificato tutta la fase di rilascio al pubblico dei dati prodotti. Se infatti in passato questo veniva fatto attraverso la stampa di volumi e di pubblicazioni cartacee, con Internet si è passati a diffondere dati direttamente su Web sotto forma di file scaricabili o di dati strutturati all’interno di “Data Warehouse‚”. L’utente, l’utilizzatore, il consumatore, per poter quindi accedere a dati di proprio interesse dovrà visitare il sito Web del produttore, navigare all’interno del sito e, una volta trovati, scaricare i file contenenti quei dati. In alternativa potrà interrogare un sistema informativo su Web andando a selezionare una serie di parametri di input e a costruire in modo interattivo le tavole di dati o i grafici a cui è interessato.

Questo modello di diffusione ‚”tradizionale” sta pian piano cominciando a mostrare i propri limiti. L’evoluzione delle tecnologie, la crescita dei dispositivi mobili come mezzo per accedere ai contenuti, ma anche il “diluvio di dati” a cui siamo quotidianamente sottoposti come anche il nuovo ruolo degli utenti Internet che hanno da tempo cessato di essere dei semplici “lettori” e che ora invece veicolano, promuovono, valorizzano a loro volta dati e informazioni, stanno cambiando le modalità di fruizione dei contenuti digitali.

Questi ultimi vengono sempre più spesso veicolati attraverso oggetti chiamati Widgets. I Widgets sono piccole applicazioni che è possibile incapsulare all’interno di siti Web o di Blog attraverso un “embed code”. E’ copiando/incollando l’”embed code” di un Widget che riusciamo ad esempio ad inserire un video di Youtube su una pagina Web. Ed è attraverso l’ “embed code” di un Widget che riusciamo ad interrogare e a visualizzare i dati Istat sul Saldo Migratorio di Comuni, Regioni e Province italiane, come chi ha seguito le istruzioni all’inizio del post ha potuto verificare.

Ma i Widgets possono essere anche applicazioni standalone su Desktop (es. il Widget per visualizzare il Meteo) o applicazioni standalone su dispositivi mobili: quelle che oramai tutti chiamiamo abitualmente App.

Quanto complesso può essere un Widget? Il video seguente ne mostra uno che attraverso il relativo “embed code” viene incapsulato all’interno di un Blog (il mio) e permette di accedere e navigare all‚Äôinterno dei dati sugli Stranieri e sui Permessi di Soggiorno che l’Istat diffonde attraverso il proprio corporate Data Warehouse chiamato I.Stat (dati.istat.it)

 

Attraverso i Widget (e le App) è possibile far quindi evolvere il modello che abbiamo definito “tradizionale” di diffusione dati. Non più utenti che accedono e scaricano dati dal sito del produttore ma applicazioni incapsulabili all’interno di pagine Web o applicazioni standalone che si connettono ai dati direttamente là dove questi vengono pubblicati. In questo modo, chi consuma e utilizza dati non solo avrà la certezza di accedere a dati di di qualità e di fonte certa, ma nel momento in cui verranno resi pubblici nuovi dati, questi compariranno simultaneamente su tutti i siti Web e i Blog che avranno nel frattempo incapsulato il Widget attraverso il relativo “embed code” nonchè su tutti i dispositivi su cui sarà stata scaricata ed installata la relativa App. Come accade nell’ultimo esempio di cui vi voglio parlare.

WordPress è al momento il sistema di gestione dei contenuti in assoluto più utilizzato sul Web. Utilizzato principalmente per la gestione di Blog, la versione 3.0 (l’ultima disponibile) ha raggiunto e superato la cifra impressionante di 30 milioni di download, mentre si stima che siano alcune centinaia di milioni i siti nel mondo che si basano su WordPress. Uno dei fattori che ha contribuito al suo successo, è la possibilità di aggiungere funzionalità al sito attraverso dei plugin aggiuntivi. Qualche mese fa ho realizzato anche io un piccolo plugin in cui visualizzo alcuni dati sulla popolazione nei comuni italiani prelevandoli direttamente da demo.istat.it, il sito che l’Istat utilizza per la diffusione dei dati demografici. Questo è diventato da poco un plugin ufficiale WordPressche è possibile installare seguendo i seguenti passi:

  1. Accedere al vostro pannello di amministrazione di WordPress
  2. Cliccare sulla voce “plugin” per accedere al relativo pannello di gestione
  3. Ricercare il plugin “istat” installarlo a attivarlo
  4. Dalla sezione Widgets spostarlo sulla sidebar con un semplice ‚”drag and drop”

A questo punto va inserito il codice Istat a sei cifre del Comune di cui si vogliono visualizzare i dati. Il codice è ottenibile in vari modi, ma si può ad esempio utilizzare il Widget che abbiamo installato all’inizio dell’articolo. Mediante la stessa applicazione possiamo ottenere anche il codice Istat della provincia (a tre cifre) e quello della Regione (a due). E utilizzare questi codici con il plugin per ottenere i dati sulla popolazione a livello provinciale e regionale.

    Da dove vengono i dati? Anche in questo caso i dati provengono in tempo reale da demo.istat.it. Il plugin è infatti “agganciato‚” (attraverso un Web Service) al sito Web che il produttore, in questo caso l’Istat, utilizza per la diffusione dei dati. Quando l’Istat (a breve) pubblicherà i dati relativi all’anno 2010, questi saranno immediatamente visibili su tutti i blog che nel frattempo avranno installato il plugin.

    Enjoy!

    February 28 2011

    11:58

    Udine Open Data

    Siamo sempre più convinti che l’innovazione si fa con le persone e che la spinta propulsiva vera e tangibile, arriva dai territori.

    Bravissimo l’Assessore all’Innovazione Paolo Coppola e tutta la sua squadra. Anche Udine è, e sarà sempre di più, trasparente.

    Open Data Udine

    February 13 2011

    13:34

    Competitività e crescita con i dati liberati

    Negli ultimi mesi ho cercato di tradurre (nel senso letterale del termine) alcuni concetti e paradigmi sull’Open Government, provando poi a semplificare i testi elaborati, in previsione di un trattarello più lungo che sto partorendo con notevoli sforzi,

    Il primo concetto propedeutico al ragionamento indicato dal titolo di questo post, è quello esteso di Open Government, il secondo quello di Governo 2.0.

    Entrambi indicano la strada chiara e irrinunciabile che dovrebbe portare le amministrazioni pubbliche a “fornire i dati in formato non proprietario”, dunque a liberarli. Per fare cosa?

    Partiamo proprio da questa domanda e dai percorsi possibili per indicare una risposta che convinca le amministrazioni pubbliche ad adoperarsi in questa pratica.

    1) Perchè?

    Negli ultimi mesi ho avuto modo di conversare con diversi decisori (amministratori, dunque politici) e non ho trovato ostacoli sulla filosofia generale, sul paradigma complessivo. Ho trovato difficoltà a comprendere i VANTAGGI! Ho scritto vantaggi in grassetto per enfatizzare un principio dal quale è difficile sottrarsi: ogni decisore (oggi, nel contesto italiano) vede il vantaggio in termini di consenso personale o di gruppo e difficilmente in termini di crescita complessiva del sistema. Da questo non possiamo prescindere.

    Tempo fa ho argomentato sull’economia degli Open Data, in modo semplice, anche banale, e l’articolo era frutto e conseguenza di alcune chiaccherate con questi politici. In quell’articolo ho citato Obama e la sua economia e questo non può bastare, non è esaustivo.

    Tutto il percorso americano (ma anche quello inglese) di avvicinamento all’Open Data Government, è frutto della crisi economica e delle risposte che le menti più illuminate hanno cercato di dare a questa grande rottura epocale che è stata, forse, la prima grande crisi del capitalismo globalizzato. Ma non basta fare esempi, non basta indicare le bune pratiche, bisogna far vivere l’esperienza, coinvolgere il decisore, farlo partecipe.

    2) Come?

    Sicuramente con azioni di sistema, oppure partendo dalle buone pratiche proposte dai territori. Ma siamo in Italia e tutto questo stenta a decollare, nonostante l’accenno al tema (fra le risorse) inserito nella recente Agenda Digitale. Ancora troppo poco.
    Dunque non siamo l’america, non abbiamo una direttiva, non abbiamo una piattaforma, non abbiamo una strategia.

    In quell’articolo su Wired, per la prima volta ho voluto inserire il tema del Civic Hacking e indicare un percorso alternativo, forse radicale e anarchico, ma pur sempre utile per vivere l’esperienza. Purtroppo, nonostante molte discussioni, esempi portati nei tavoli dei convegni, articoli e slides buttati in rete, di esempi veri di Civic Hacking italiani ce ne sono pochi.

    Vediamo intanto cos’è il Civick Hacking come paradigma prima ancora che pratica. Su Wikipedia non c’è scritto nulla, ma curiosando su Google si trovano alcuni riferimenti, sintetizzando i quali, ho voluto così tradurre il contesto: ” Il civic hacking è una pratica indotta dal senso civico che presuppone una certa dimestichezza con le tecnologie digitali, atta a utilizzare dati pubblici, liberati, per sviluppare applicazioni che portino benefici tangibili alla collettività“.

    Va detto anche, per precisione di contesto, che il Civic Hacking è diverso dall’ Urban Hacking, pratica che non presuppone dimestichezza con le tecnologie digitali. Detto questo concentriamoci sulla liberazione dei dati che può avvenire per consapevolezza e dunque scelta dell’amministrazione pubblica (vedi il caso Piemonte o il caso MiaPA), o attraverso la pratica del Data scraping o, meglio ancora, Web scraping.

    Queste pratiche sono facilmente traducibili in paradigma ma difficilmente comprensibili se non provate sul campo (…vivere l’esperienza…) e tradotte in VANTAGGIO
    Per fare ciò, c’è bisogno di tecnici, di esperti, di smanettoni, insomma di programmatori che, con degli strumenti appositi siano in grado di accedere alle informazioni presenti su un sito web (più esattamente sul server web del fornitore di informazioni) e di estrarle in una forma strutturata ma GREZZA, e predisporle per un riutilizzo applicativo.

    Gli strumenti non mancano, a seconda dei linguaggi di programmazione, o dei browser utilizzati sui quali far girare le plugin atte allo scraping (grattare, demolire, raschiare…). E alcune di queste sono indicate su Wikipedia o su The EasyBee. Grattando il web possiamo trovare anche delle guide, ne cito una a supporto dello ScraperWiki utilizzato per un contesto un po’ diverso, ma utile per la comprensione del tema, come quello dell’Open Journalism (link che suggerisco agli appassionati Pier e Luca).

    Dunque, scelto lo strumento, eseguito l’hack, siamo pronti a riusare i dati nel modo più creativo e utile con l’intento di fare del bene alla collettività.
    Siamo pronti, anche qui nel bel paese, a far decollare un concorso di idee per sviluppare applicazioni con dati liberati?
    Ma il dilemma vero è: Cui prodest? 
    In un paese come il nostro è difficile far valere l’interesse globale, il vantaggio della collettività, rispetto al tornaconto. Dunque chi lo deve fare?

    kennedy

    3) Chi?

    La risposta non è facile. Abbiamo visto come lo stato centrale latita, nonostante l’Europa ci richiami espressamente al tema, e l’Associazionismo si stia prodigando per disseminare questa cultura. Ma di fatto, ripeto, lo stato latita e dell’azione di sistema non vi è ancora nemmeno l’ombra.

    Dunque non resta altro che rimboccarsi le maniche, far propri i principi e la spinta propulsiva dell’eParticipation e prepararsi a dimostrare con atti concreti che la strada è percorribile. Scateniamo l’inferno con dei contest, raduniamo i programmatori più capaci, raccogliamo i dati e riversiamoli grezzi e liberi dentro applicazioni utili.

    Ma sto usando il noi, e forse mi riferisco a cenacoli, gruppi, movimenti. Può bastare? No, perchè non abbiamo l’infrastruttura dove riversare le applicazioni e, forse, ci vorrebbe un partner. Ma allora il mondo Open si scandalizzerebbe perchè Open significa anche senza privilegi e contributi. 
    Su questo tema sono andato a spulciare l’esempio che spesso cito nelle mie slides o nei miei interventi pubblici. Mi riferisco a Apps for Democracy che rappresenta un modello ancor oggi valido di contest. Ecco, anche in questo caso il contributo del main sponsor è fondamentale, ed in parte governativo e in parte privato.

    Il movimento Open Data dovrebbe essere promosso dal governo come un diritto inaleniabile dei cittadini, oltre che per un risparmio sui costi del controllo e per l’entrata del Paese Italia nell’economia immateriale della PSI, promossa dall’ Unione Europea tra gli altri, e per permettere l’esercizio di un controllo sull’operato a lungo termine sulla cosa pubblica, cioè il nostro patriminio collettivo. (Matteo Brunati)

    4) Quando?

    Qui la risposta è facilissima: Ieri!

    Nota a margine: Mi scuso per i tanti collegamenti esterni contenuti nel post ma ho ritenuto doveroso allargare il ragionamento con contributi preziosi e prestigiosi che, spero, riescano a delineare presto una scorciatoia veloce, fatta di azioni concrete e non solo con proclami.

    08:21

    Governo 2.0

    Ieri sera stavo preparando delle slides che dovrò presentare a Palermo il 21 Febbraio e mi son soffermato a lungo sul documento: United Nations E-Government Survey 2010 e in particolare sul concetto di “Government 2.0” che ho trovato sintetico, essenziale, chiaro e che ho provato a tradurre:

    …”The idea of ‘government 2.0’ is generally associated with the use of social media by the public sector. Recently, the notion has assumed greater definition through its association with government as a ‘plat- form’ or provider of data and services for others to exploit as they see fit. Advocates for the concept of government as a platform privilege the role that governments should play as providers of web services, allowing third parties to innovate by building upon government data and applications. They believe that if governments provide data in a non-proprietary and predictable format, third parties are more likely to maximize the value of this information, hence providing services that better respond to users’ expectations and needs…”

    ovvero:

    L’idea di ‘governo 2.0′ è generalmente associata all’uso dei social media da parte del settore pubblico. Recentemente, il concetto ha assunto una definizione più chiara attraverso l’associazione all’idea di ‘governo come piattaforma’ o governo provider di dati e servizi per altri soggetti che li possano poi sfruttare come meglio credono.

    I sostenitori del concetto di “governo come piattaforma” tendono a preferire un ruolo della Pubblica Amministrazione quale fornitore di servizi web, in modo da consentire a soggetti terzi di innovare facendo leva sui dati e sulle applicazioni rilasciate dalla Pubblica Amministrazione stessa.

    Secondo gli assertori di questa teoria, se i governi si limitassero a fornire i dati in formato non proprietario, questi stessi set di dati favorirebbero consentirebbero agli attori terzi della PA (fornitori, outsourcer, consulenti, ecc.) la possibilità di massimizzare il valore di queste informazioni, per poter fornire servizi più rispondenti alle aspettative degli utenti finali.

    Questo concetto risponde un po’ anche ai dubbi sollevati sull’art. 5 del Manifesto dell’Open Government.

    p.s. dimenticavo le slides. Enjoy!

    November 24 2010

    10:47

    We need standards, international standards

    di Lorenzo Benussi, Federico Morando e Michele Barbera

    “We need standards, international standards – Abbiamo bisogno di standard, standard internazionali. Così Tim Berners-Lee ha chiuso il suo intervento oggi all’Open Government Data Camp di Londra (http://opengovernmentdata.org/camp2010/). Standard per aprire i dati, standard per classificarli, standard per creare piattaforme che possano comunicare tra loro e che ci permettano di mettere in relazione le informazioni. Un messaggio chiaro lanciato del padre del WEB e, come qualcuno ha detto al Camp, padre un po’ di tutto il “popolo della Rete”.
    Prima di lui il primo ministro Cameron, con un video messaggio, ha espresso chiaramente la sua determinazione nel realizzare il diritto ai dati. Complementare al diritto all’informazione, esso riguarda la libertà di vedere e soprattutto usare i dati pubblici per capire e gestire sempre meglio l’organizzazione pubblica; per dare la possibilità a chiunque di controllare e soprattutto di collaborare a trovare le soluzioni. In pratica, ha spiegato poi il Ministro Francis Maude – Minister for the Cabinet Office – nel suo discorso, il governo pubblicherà su Internet tutte le spese superiori ai 25K£ lanciando apertamente una sfida al mondo della rete perché trovi i problemi e proponga le soluzioni.

    UK, Norvegia, Finlandia, Svezia, Francia, Germania, Italia, Messico, Cile, Lituania, Cina, Brasile, US sono solo alcuni dei paesi che erano rappresentati al OGDC. Paesi dove stanno nascendo progetti Open Data sia dai governi sia dalla società civile, dall’alto e dal basso. Un’onda che sta montando velocemente.

    Tim Berners-Lee ha suggerito di fare un ulteriore passo avanti trasformando gli Open Data in Linked Open Data. Collegare tra loro i dati prodotti da diversi attori e descriverne la semantica utilizzando opportuni vocabolari, permetterebbe di confrontare e incrociare facilmente dati provenienti da diverse fonti, ad esempio le spese in ricerca in UK e in Cina o il costo del sistema sanitario nazionale in Italia e in Francia.
    Berners-Lee ha tenuto a sottolineare come questo ulteriore passo possa essere compiuto contemporaneamente sia sul piano locale, sia su quello nazionale e internazionale, dall’alto e dal basso, nel settore pubblico e in quello privato. Creare una rete di Linked Open Data significa accrescere il valore dei dati calandoli in un contesto più ampio, significa poter realizzare applicazioni che utilizzino dati governativi incrociandoli con dati provenienti da ogni segmento della società civile, della comunità scientifica e del settore privato, dalla scuola, dalla cultura, dallo sport.

    Una buona parte del dibattito tenutosi durante la due giorni londinese ha evidenziato come l’impatto degli Open Data non sia limitato a facilitare la trasparenza delle amministrazioni, ma sia in grado di creare un vero e proprio ecosistema capace di produrre valore. Ed è proprio su questo punto che, indipendentemente dall’orientamento politico, i governi di molti paesi hanno deciso di abbracciare la visione di “Open Data che, alla pari della rete elettrica e stradale, siano concepiti come un’infrastruttura pubblica, aperta e condivisa”.

    Molto lavoro è stato già fatto e la comunità è aperta e pronta a ulteriori collaborazioni. Esistono definizioni e manuali sull’open data, classificazioni sulla qualità tecnica dei dati e linee guida per creare piattaforma di raccolta e distribuzione. Non è necessario pensare a qualcosa di totalmente nuovo, reinventare la ruota, basta partecipare a quanto sta avvenendo a livello internazionale, adottare gli standard e adattare i modelli alle peculiarità nazionali. Questo non significa appiattirsi sulle soluzioni altrui, ma seguire un approccio modulare ed aperto, sia al riuso delle soluzioni altrui che alla condivisione delle proprie. Col vantaggio che così facendo non si resta soli, ma si può contare su un supporto globale, costruendo sull’esperienza degli altri.

    Questo vale anche in Italia dove, forse più che in altre paesi, è necessario essere lucidi, determinati e concreti. In questi ultimi mesi – e molto probabilmente con più forza l’anno prossimo – il modello open data è diventato finalmente un argomento importante. Gruppi e associazioni, PA e società civile hanno cominciato a lavorare per “liberare” i dati ma è necessario seguire la comunità internazionale che è molto avanzata non fosse altro per l’impegno che altri governi stanno spendendo su questo tema. Non facciamo l’errore di reinventare la ruota con il rischio che sia adatta solo alle nostre strade.”

    Lorenzo Benussi, Consorzio TOP-IX (www.top-ix.org)
    Federico Morando, NEXA Center for Internet & Society (http://nexa.polito.it/staff#morando)
    Michele Barbera, Net7 (www.netseven.it)

    November 22 2010

    10:11

    Open Gov in Italia: una questione culturale

    E’ a tutti noto che il Codice dell’Amministrazione Digitale sia sostanzialmente una norma disapplicata: in altri termini, un’occasione persa. Tuttavia, va riconosciuto ai suoi redattori il merito di avere formulato importanti norme di principio, ancora oggi validissime malgrado le continue accelerazioni dell’evoluzione tecnologica.

    Ora, potrà sembrare incredibile, ma in verità l’open government è già previsto e disciplinato tra le maglie del testo originario del CAD. E infatti, certamente la filosofia “open data” si fonda su un corollario già affermato in via di principio dal D.Lgs. n. 82/2005: l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione da parte delle pubbliche amministrazioni nell’esercizio della propria attività amministrativa, “per la realizzazione degli obiettivi di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità, trasparenza, semplificazione e partecipazione” (art. 12, CAD).

    Inoltre, non può esserci né “governo aperto” né “dato libero” se le amministrazioni pubbliche non fossero obbligate per legge ad assicurare “la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale(art. 2, CAD).

    Non solo.

    Per una effettiva politica “open government”, non è sufficiente che il dato pubblico sia reso disponibile in modalità digitale: è necessario che esso sia “grezzo”, ontologicamente “adatto” ad ulteriori utilizzi, anche nuovi e diversi da quelli che hanno originariamente condotto la pubblica amministrazione a produrlo (od a commissionarlo a terzi).

    In quest’ottica, invero, così statuisce – in linea di principio, e forse non del tutto consapevolmente – il Codice dell’Amministrazione Digitale: “i dati delle pubbliche amministrazioni sono formati, raccolti, conservati, resi disponibili e accessibili con l’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione che ne consentano la fruizione e riutilizzazione … da parte delle altre pubbliche amministrazioni e dai privati” (art. 50, CAD).

    Tali riutilizzi, infine, dovranno essere gratuiti, e senza necessità di autenticazione informatica (art. 54 comma 3, CAD).

    D’altro canto, non vi è alcun bisogno di dilungarsi sulla necessità di un’effettiva trasparenza e pubblicità dell’àgere pubblico, ai fini della realizzazione di un open government effettivo.

    E anche per questa parte, come è noto, la trasparenza dell’attività amministrativa è principio già da tempo pacificamente riconosciuto dal nostro Ordinamento, ormai assurto a corollario del principio di buona amministrazione costituzionalmente garantito ex art. 97 Cost.: l’attività amministrativa … è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza, sostiene l’art. 1, comma 1, della fondamentale legge n. 241/90 sul processo amministrativo.

    Di recente, peraltro, il Legislatore ha precisato che “la trasparenza e’ intesa come accessibilità totale delle informazioni concernenti ogni aspetto dell’organizzazione delle amministrazioni pubbliche, degli indicatori relativi agli andamenti gestionali e all’utilizzo delle risorse per il perseguimento delle funzioni istituzionali, dei risultati dell’attività di misurazione e valutazione svolta dagli organi competenti, allo scopo di favorire forme diffuse di controllo del rispetto dei principi di buon andamento e imparzialità. Essa costituisce livello essenziale delle prestazioni erogate dalle amministrazioni pubbliche ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione” (art. 11, D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150).

    Anche la trasparenza come canone pubblicistico, dunque, esiste già nel nostro Ordinamento, ed informa compiutamente l’attività delle pubbliche amministrazioni.

    Tuttavia, la strategia open gov – felicemente definita da Ernesto Belisario quale “nuovo paradigma democratico” – oggi ne richiede una significativa evoluzione, un vero e proprio rafforzamento.

    D’altro canto, sullo sfondo del secolare diritto amministrativo, nato nel 1865, la trasparenza, e più in generale la disciplina del rapporto dialogico tra P.A. e cittadino, è una conquista giuridica di recentissima introduzione, essendo stata prevista solo venti anni fa dalle legge n. 241/90; inoltre, essa costituisce certamente uno dei gangli del diritto pubblico maggiormente soggetto all’evoluzione politica, sociale e tecnologica.

    Dunque, non deve sorprendere se, a parere di chi scrive, è questo il più importante cambiamento – non normativo, ma politico – a cui deve aspirare il nostro Paese se vuole attuare una proficua strategia di Open Gov.

    La trasparenza – senza necessità di modifiche legislative, né costituzionali – non deve essere più uno strumento finalizzato al controllo del procedimento amministrativo, ma un vero e proprio risultato dell’azione amministrativa; non più, dunque, solo un criterio informatore, ma un obiettivo di essa.

    In altri termini, secondo la nuova, qui auspicata, declinazione del principio di trasparenza della P.A., gli esiti dell’attività amministrativa (il provvedimento definitivo, il servizio reso, la banca dati elaborata) non devono essere più solo l’anello finale di un procedimento amministrativo, ma devono diventare anche il nuovo punto di partenza di successivi ed autonomi percorsi virtuosi – poco importa se pubblici o privati – del tutto indipendenti dagli originari obiettivi pubblicistici dell’amministrazione procedente.

    Esattamente come afferma il quinto criterio del Manifesto per l’Open Government, qui parafrasato: le Pubbliche Amministrazioni devono concentrarsi sulla produzione di dati e informazioni grezze, lasciando all’iniziativa privata la loro rielaborazione, consultazione e fruizione.

    Ed esattamente come è accaduto nell’esperienza statunitense, raccontata da Vivek Kundra, in una sua recente intervista riportata all’attenzione italiana da Guido Scorza: we’ve moved to a model of co-innovation - afferma Kundra - where the American people can help create value in a way that we’ve never been able to do before.

    In definitiva, le norme legislative di riferimento e “copertura” ci sono e c’erano già ieri.

    Adesso, mentre il Manifesto per l’Open Government attende gli ultimi emendamenti, inizia la vera sfida, quella culturale.

    November 04 2010

    20:12

    World Map of Open Government Data Initiatives

    Segnalo questa bella iniziativa di Thomas Thurner del Semantic Web Company. Si tratta della mappa mondiale delle iniziative di Open Government.

    E ci siamo anche noi di datagov.it

    World Map of Open Government Data Initiatives auf einer größeren Karte anzeigen

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