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09:03

Uccidiamo l’Italia del Nun se potrebbe

A leggere i giornali di oggi sembra che qui siano in gioco le poltrone del Lazio o della Lombardia, e scusate ma questa è una sciocchezza sesquipedale.


Non è poi così fondamentale se alla fine vince la Polverini o la Bonino, o se Formigoni riesce a perpetuare i suoi affari con la Compagnia delle Opere per altri cinque anni. Certo, non dico che sia irrilevante, ma le Regioni in fondo sono delle gigantesche Asl mentre in questi giorni è in gioco qualcosa di molto più vitale per decidere che strada prenderà questo benedetto paese.

Qui, semplicemente, si stanno confrontando due pezzi d’Italia.

Da una parte c’è l’Italia secondo la quale le leggi – anzi tutte le regole – sono una fastidiosa formalità, se non un costante impedimento. E’ l’Italia dei condoni edilizi, degli scudi fiscali, dei Suv parcheggiati in seconda fila, dei 170 all’ora in autostrada, dei sorpassi sulle corsie d’emergenza.

E’ l’Italia dei «vabbeh, nun se potrebbe, però…» che poi vuol dire lo faccio anche se non si può.

E’ l’Italia per cui l’estensione infinita dell’io prevale su ogni altro valore.

L’Italia che unge le ruote e scambia favori, di qua e di là della linea della legge, perché quello che conta è il risultato, la vittoria, il profitto, il potere.

L’Italia del «non facciamo le verginelle», «siamo uomini di mondo» e «tanto lo fanno tutti». E naturalmente anche del «se dovessi pagare tutte le tasse chiuderei bottega».

L’Italia degli yacht con targa panamense che vedo ogni santa estate nei porticcioli della Toscana, e a bordo cenano parlando brianzolo.

Dall’altra parte c’è un’Italia (minoritaria? radicale? naïf?) che sta provando a rovesciare questo vecchio tratto dell’identità nazionale. Quasi sempre con fatica, quasi mai con successo.

E’ l’Italia che ha capito che «il futuro o sarà educato o non sarà», che se non sbaglio è una frase di Isaac Asimov. Sì, uno scrittore di fantascienza, e in effetti è abbastanza fantascientifica l’ambizione di questo pezzo d’Italia.

In queste elezioni regionali, per qualche motivo, qualcuno ha iniziato a far notare che si stava sbragando un po’ troppo, rispetto alle regole.

E’ stato Luca Sofri che ha condotto per settimane una battaglia quasi solitaria sull’ineleggibilità di Roberto Formigoni in Lombardia e di Vasco Errani in Emilia Romagna, che hanno già svolto almeno due mandati. Uno del Pdl, uno del Pd: perché, come si diceva, la tendenza a violare le regole non ha necessariamente un colore (anche se per la verità il Pdl ne ha fatto un suo tratto distintivo).

La battaglia di Sofri non è tracimata sulla grande stampa e in tivù – e il fatto che vi fossero coinvolti due big dei due partiti più grandi probabilmente non è una causa secondaria di questo silenziamento.

Poi però è arrivata la questione delle firme, e il panino di Milioni, e Cappato che ha rotto le scatole a Milano, e così la bolla è esplosa: da anni, pare, nella presentazione delle liste si bara tutti o quasi, e nessuno rompe le scatole all’altro perché non sia mai che venga fuori anche il tuo scheletro nel faldone.

Così è scoppiata la battaglia le regole: e chi più le regole le ha in uggia – il premier – ha subito pensato di farne una nuova per cambiare quelle vecchie, come se durante una partita di calcio uno segnasse con la mano e poi si decidesse che valgono anche i gol di mano.

Ecco perché quello che sta succedendo è un po’ più importante di una poltrona di governatore.

Ovviamente io sono strafelice che il pezzo d’Italia che considera le regole condivise un valore – e non un lacciolo – sia in qualche modo emerso, soprattutto in rete, e spesso con ironia.

Ma spero che l’obiettivo sia non solo e non tanto vincere questa battaglia a Milano o a Roma, ma farla vincere dentro la testa della gente, dei cittadini di ogni simpatia politica.

E’ lì, nella zucca delle persone, che si gioca la partita più importante.

Possibilmente senza distinzioni di bandiera, anzi: dovrebbe essere la gente di sinistra a fare un mazzo così ai suoi, se non rispettano le regole – e pensate come sarebbe stato bello se in Emilia lo stop a Errani lo avesse dato la base del Pd.

E lo stesso a destra, naturalmente: altro che fumogeni, slogan da stadio e saluti fascisti in piazza Farnese.

Questo sarebbe sì un paese civile.

Spero di vivere abbastanza per vederlo.

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Schweinderl