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April 26 2010

22:20

Ma il Governo ha capito cos’è la Mafia?

(di Jonkind)

“I boss non si catturano. O si vendono o muoiono.”

Così ripeteva spesso Luigi Ilardo, boss mafioso del catanese e collaboratore del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) nei primi anni ‘90, ai suoi confidenti dell’Arma dei Carabinieri sulle tracce dello Zio Binu, il latitante superboss Bernardo Provenzano.

Ed è più meno sempre così. E’ sempre stato così. Chi si ricorda di qualche cattura di latitanti con scontri a fuoco tra carabinieri e mafiosi? E quanti picciotti difendono i capi della cupola di Cosa Nostra quando questi vengono sorpresi dietro una botola di qualche casolare di campagna? Fateci caso: ma nemmeno nella serie TV dei Soprano ci sono morti ammazzati quando lo Stato rompe gli indugi giudiziari e oltrepassa la sottile linea che lo divide dal crimine. Perché è questa l’essenza del fenomeno mafioso, l’Antistato non è mai davvero antitetico allo Stato, ma organico e complementare alle sue deviazioni morali e sociali, con una dialettica a volte ruvida ma quasi mai assassina, di contrapposizione ideologica ultima e definitiva.

La mafia non è il terrorismo rosso delle BR, non mette in discussione l’ordine costituito, cerca solo di farci affari insieme se l’altro decide di starlo a sentire. Molti ricordano l’epoca delle stragi, dal 1992 e 1994, gli attentati a Falcone e Borsellino, le bombe a Firenze, Roma e Milano, ma chi sa guardare in prospettiva lungo l’arco della storia centennale della mafia siciliana si accorge che quella è stata una specie di parentesi eroica, un delirio omerico di tragedia scatenato da poche teste (anzi una, subito caduta, quella di Totò Riina): l’eccezione, non la regola. Quando la mafia siciliana cambia pelle, quando i vertici di Cosa Nostra fanno lo scrub rigenerante, passando il testimone dai nisseni ai palermitani, dai palermitani ai corleonesi, dai corleonesi ai catanesi, lo Stato invece di infiltrarsi per indebolire il sistema, assiste passivamente, semmai collabora, accorciando al clan perdente la via per la galera.

I capi si vendono, o muoiono, come diceva Ilardo, ma la Ditta rimane in piedi e fa più o meno gli affari di prima, come ogni volta che cambia il management di una multinazionale secondo la regola del “nessuno è indispensabile”.

Ci penso sempre, alla quella frase, ogni volta che si vedono in Tv i volti smarriti (più per la sorpresa che per lo sconforto) dei boss catturati in operazioni di polizia, durante le quali si può regolarmente notare la media di 100 agenti per ogni mafioso arrestato. E ci penso soprattutto ogni volta che il governo italiano annuncia un’ondata di arresti, un “azione senza precedenti”, “uno sforzo decisivo”, “un colpo mortale” alla criminalità organizzata, come se fossimo lì lì per chiudere un pagina di storia secolare in una settimana o poco più.

L’ultimo a snocciolare i successi del Governo Berlusconi contro la Mafia è stato il Sottosegretario agli Interni, Alfredo Mantovano, durante l’agitata Direzione PDL altrimenti celebre per il battibecco Fini-Berlusconii, ma i dati sono già stati più volte ripetuti dal Ministro Maroni e dal Presidente del Consiglio: 502 operazioni di polizia giudiziaria (+41% sul periodo precedente), 4.993 arresti (+40% sul periodo precedente), latitanti arrestati 347 (+77% rispetto al periodo precedente), 8 miliardi beni confiscati (+125% sul periodo precedente, ma su un totale stimato di 1.000 miliardi); dove il periodo precedente sarebbe il governo Prodi, e non è chiaro se il conteggio includa l’arresto di Bernardo Provenzano, avvenuto l’11 aprile 2006, all’indomani delle elezioni del 9 e 10 aprile vinte dal centro sinistra.

Numeri che sembrano impressionanti, sopratutto venendo da una componente politica nota per il suo basso profilo contro la crimininalità, con un Premier che avrà menzionato quelle cinque lettere, “mafia”, 2 o 3 volte nei suoi discorsi pubblici dal 2001 a oggi, per non parlare della presenza tra le file del PDL del chiaccherato Marcello Dell’Utri. Cifre che secondo il leghista Maroni dimostrerebbero che questo è un governo che agisce invece di parlare a vanvera per il compimento di una missione titanica svelata dallo stesso Silvio Berlusconi: sconfiggere definitivamente la mafia entro la legislatura corrente, entro il 2013, come se fosse un cancro qualunque.

Numeri che però a me non tornano.

Sono anni che ci insegnano che la mafia è un fenomeno economico prima ancora che militare. Che è più importante sapere quanto sia il fatturato delle attività criminali e quale la portata delle nefaste influenze clientelari e sulla morale pubblica, piuttosto che contare i morti ammazzati e i boss arrestati. Quindi il punto è un altro. Se la mafia siciliana e le altre mafie meridionali contavano (nel periodo precedente, quello di Prodi, si capisce) per quasi 150 miliardi di euro (il 10% del PIL), quanto pesano oggi, dopo la retata governativa che avrebbe decapitato i vertici, le attività economiche mafiose? Di quanto è diminuito il pizzo sulle attività commerciali? Di quanto è caduto il traffico di droga? E quello delle armi? E la prostituzione? E il gioco illegale? E gli investimenti nell’edilizia? E i soldi esportati nei paradisi fiscali? Di quanto è caduta l’evasione contributiva e fiscale al Sud? Di quanto sono diminuite le infiltrazioni mafiose nella Sanità, nelle Assemblee Regionali, Provinciali, Comunali? Di quanto sono diminuiti gli appalti alla mafia? E la quota dei finanziamenti europei che finisce ai clan?

Ecco, a me i numeri di Maroni convinceranno quando saranno accoppiati con una serie analisi economiche del fenomeno, a cui magari affiancare una serie di indagini sociali sui mutamenti della società nel Mezzogiorno asfissiato dalla criminalità. Analisi compiute non solo dal Governo, un po’ troppo parte in causa, ma almeno dal Parlamento, dove l’opposizione possa fare le sue controdeduzioni, magari con audizioni pubbliche come succedeva negli Stati Uniti negli anni Cinquanta e Sessanta, o come minimo con un po’ di quella giovane curiosità che caratterizzava l’inizio del Regno d’Italia. In modo che i cittadini possano farsi un’opinione completa e non di parte di dove siamo, di cosa facciamo veramente contro la criminalità organizzata.

Non solo verbali di Polizia e Carabinieri, ma qualche lavoro culturale un po’ più fino, in profondità, in una società meridionale che rischia di essere, come l’Africa, un continente perduto.

Qualcosa di più, ci vorrebbe, di quello che appare oggi sul sito della Commissione Parlamentare Antimafia, ricostituita per la quarta volta nella sua storia, all’inizio della XVI legislatura.

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